Il disegno grafico giapponese. Qualche accenno, dalle origini alla contemporaneità

Il moderno graphic design in Giappone è una sintesi di varie correnti artistiche e tradizioni locali: dalle scuole di pittura Kano e Rimpa alle stampe su legno ukiyo-e; dall’influenza Art Nouveau a quella delle avanguardie europee di inizio ‘900. Alla fine del XIX secolo il disegno grafico venne riconosciuto in Giappone come disciplina distinta nel campo delle arti visive, con la denominazione di dezain (traslitterazione della parola inglese design), identificandolo quindi come un settore separato dalle altre categorie artistiche. Dopo la comparsa delle nuove tecniche di stampa, nei primi anni del ‘900, si creò una spaccatura netta tra arte e disegno grafico, che inizialmente – e analogamente a quanto accadeva in Occidente – non era considerato al pari delle altre arti visive. Ad ogni modo, pure in Oriente, erano molti gli artisti che si occupavano anche di disegnare manifesti e annunci commerciali, cercando di preservare il virtuosismo artistico sfoggiato nelle loro opere pittoriche.

L’ukiyo-e
Durante il periodo Edo (1615-1868) le stampe ukiyo-e erano considerate alla stregua di “arte commerciale”: stampe per gente comune e non per seri collezionisti d’arte. L’espressione ukiyo-e significa letteralmente ”immagini del mondo fluttuante”. Si tratta in sintesi di immagini prodotte in serie per il consumo popolare, i cui temi includevano: belle donne famose, noti attori, paesaggi, racconti eroici e novelle popolari. Tuttavia, a molti artisti – come agli appartenenti alla scuola Kano – furono commissionati lavori anche per decorare i daimyo (i castelli dei signori feudali). L’ukiyo-e è una tecnica simile alla xilografia anche se, rispetto a quest’ultima, presenta alcune differenze; si tratta di una raffinata tecnica di stampa dalle incredibili possibilità cromatiche, che costituì anche la base artistica dei manga. Le stampe ukiyo-e sono ottenute incidendo tavole di legno di ciliegio, utilizzando una lastra per ogni cromia ma – rispetto alla xilografia praticata in Occidente – lo strumento per incidere il legno è differente e i colori sono ad acqua e piuttosto diluiti. Uno dei principali rappresentanti dellukiyo-e fu Kunisada Utagawa (1786-1865); altri artisti importanti furono: il pittore Maruyama Okyo (1733-1795) e i fratelli Ogata Korin (1658-1716) e Kenzan Korin (1663-1743) della scuola Rimpa, che progettarono ceramica, tessili e stampe. La stessa tecnica fu utilizzata ancora successivamente, ad esempio nel periodo Meiji (1868-1912).

Keizaburo Matsuzaki, stampa ukiyo-e

La scuola Kano (狩野派)
La scuola Kano comprendeva vari artisti professionisti protetti dallo Shōgun nel tardo periodo Muromachi (1333-1568), che influenzò fortemente la grafica giapponese moderna. La scuola fu fondata da Kano Masanobu (1434-1530) che studiò la pittura tradizionale a inchiostro cinese delle dinastie Yuan a Shokokuji a Kyoto. In origine questo stile di pittura a inchiostro era stato praticato principalmente dai monaci Zen, ma i pittori Kano erano professionisti laici che lavorarono soprattutto per lo shogunato come pittori.

Nei paesaggi prodotti dalla scuola Kano esiste sempre un contenuto simbolico. Gli artisti usavano linee ferme e colori vivaci, desunti dalla tradizione cinese, introducendo però una propria sensibilità tipicamente giapponese e l’uso della foglia d’oro per gli sfondi. La scuola Kano produsse effetti profondi su varie forme d’arte popolare, in particolare sulla xilografia. Questa forte influenza derivava dalle pratiche rigorose adottate nell’insegnamento: gli studenti dovevano copiare meticolosamente le immagini dai libri di riferimento e solo dopo aver raggiunto una sufficiente padronanza nel copiare lo “stile ufficiale”, potevano utilizzare il nome di Kano per i loro lavori. Molti di questi studenti diventavano “pittori cittadini”, 町絵師 (machi-eshi), ed erano in condizione di dipingere scene di genere per cittadini ricchi e samurai. Molti altri artisti si specializzavano nella stampa ukiyo-e e i loro lavori venivano anche esportati in Occidente, arrivando a influenzare l’arte moderna europea.

La scuola Rimpa (琳派)
Lo stile decorativo della pittura Rimpa – che fiorì durante il periodo Edo – divenne noto in Occidente soprattutto durante il XIX secolo, in particolare attraverso le opere di Ogata Korin (1658-1716), uno dei suoi interpreti più importanti. I lavori di questa scuola erano caratterizzati soprattutto da motivi naturali e rappresentazioni stilizzate di personaggi fantastici, poeti e saggi, con connotazioni letterarie, così come da composizioni che integravano calligrafia e immagini.

L‘influenza dello stile occidentale
Il governo Meiji (1868-1912) riconobbe la grande importanza della pittura e delle arti in generale, desiderando promuovere l’immagine di un Giappone unito e aperto a livello internazionale. L’epoca Meiji fu caratterizzata quindi da un atteggiamento decisamente ricettivo, che aveva sicuramente anche finalità politiche – tra cui l’ottenimento di valuta estera attraverso le esportazioni – ma influenzò anche le arti. Lo scopo di questa iniziativa consisteva soprattutto nel pagare l’alto costo per la modernizzazione del paese, così da potersi presentare al mondo come una nazione colta e civilizzata. Nel 1871 la missione in Occidente del politico Iwakura Tomomi (1825-1883) ebbe un impatto enorme sulle arti in Giappone. Assieme a lui, un gruppo di funzionari inviato dal governo viaggiò negli USA e in Europa, con l’obiettivo di studiare i sistemi amministrativi occidentali. Tomomi ritornò in patria accompagnato da oltre 500 stranieri, invitati allo scopo di contribuire alla modernizzazione del paese, definita allora “occidentalizzazione”. Questo comportò una decisa apertura del Giappone verso i gusti occidentali e un rinnovamento generale delle arti e mestieri.

In Europa, nel 1873, l’Esposizione universale di Vienna aveva sancito la distinzione tra arti “alte” e arti “industriali”, una differenziazione che nella lingua giapponese non era stata mai intesa in questi termini, di conseguenza i termini bijutsu e geijustsu furono coniati per identificare chiaramente i rispettivi significati. L’uso di questo sostantivi arrivò a influenzare gli stessi artigiani che – percependo lo stato “elevato” di bijutsu – cercarono di distinguere il loro lavoro rispetto alla categoria delle arti industriali, rendendolo più elaborato e decorativo, maggiormente in accordo con i gusti europei.

L’epoca Taisho (大正時代)
L’epoca Taisho fu una delle più brevi nella storia del Giappone. Prendeva il nome dall’imperatore Yoshihito, salito al trono nel 1912 ma morto già nel 1926. Una delle caratteristiche principali di questo periodo fu la lotta giapponese per la conquista di una propria e moderna identità culturale. Ad esempio molte donne giapponesi adottarono la cultura del caffè, dove potevano ballare e fumare sigarette, imitando moda e acconciature occidentali, anche se il kimono continuava comunque ad essere preferito. Le donne iniziarono anche a intraprendere attività all’aria aperta e andavano in spiaggia con costumi da bagno che mostravano braccia e gambe. In generale, l’epoca Taisho fu un periodo prospero sia dal punto di vista economico sia da quello culturale.

Piuttosto che il taglio dell’abito, era il pattern che assumeva importanza: le indicazioni sul proprio stato sociale, l’identità personale e la sensibilità culturale si esprimevano quindi attraverso i colori e le decorazioni degli abiti. Nel corso del XX secolo, il tradizionale taglio del kimono rimase più o meno lo stesso ma i motivi decorativi si moltiplicarono, ispirati agli stili occidentali dell’Art Nouveau e dell’Art Déco.

L’epoca Shōwa (昭和時代)
Il periodo Showa (1926-1989), durante il regno dell’imperatore Hirohito, fu un regno particolarmente lungo. Gran parte del disegno grafico in questi decenni si collegò alle contemporanee tendenze artistiche occidentali. Dagli anni ’30 il Giappone si trasformò politicamente in un governo totalitario, ultranazionalista e fascista, culminando con l’invasione giapponese della Cina nel 1937.

In quel periodo la grafica pubblicitaria diventò sempre più popolare e fu accolta con molto entusiasmo da parte della massa. L’evoluzione del graphic design, come disciplina indipendente, è quindi profondamente radicata nel processo di industrializzazione in Giappone, nella crescita delle città e nelle nuove esigenze dei consumatori. I poster diventarono finalmente elementi importanti e largamente apprezzati nel contesto cittadino.

Yumeji Takehisa (1884 -1934) non studiò mai in una scuola d’arte, tuttavia i suoi ritratti femminili divennero molto famosi e rappresentano bene la componente romantica dell’estetica nel periodo Taisho (1912-1926). I bijinga (ritratti di belle donne) di Yumeji divennero estremamente noti, al punto da essere conosciuti con l’espressione “stile di bellezza Yumeji”. Pare che Yumeji Takehisa sviluppò il suo stile essenziale e poetico dopo aver incontrato sua moglie Tamaki, oltre agli stretti rapporti che l’artista manteneva con la madre e la sorella. In generale le opere di Takehisa mostrano un occhio di riguardo verso il sesso femminile, che all’epoca rimanevano comunque socialmente e politicamente oppresse.

The Ladie’s Graphic era una rivista destinata a un target femminile, che trattava notizie internazionali e “questioni relative allo stile di vita della donna contemporanea”, oltre a suggerimenti culinari, moda, acconciature e trucco. Yumeji Takehisa contribuì al magazine con alcune sue illustrazioni già a partire dal primo numero, uscito nel maggio 1924. I disegni dell’artista venivano stampati partendo da matrici xilografiche.

Gihachirō Okuyama (1907-1981) fu un artista estremamente prolifico che lavorò con una gran varietà di stili diversi. Iniziò la sua carriera già negli anni ’20, stampando soprattutto xilografie a fini commerciali. Il suo corpus di lavori include manifesti e pubblicità per la Società Giapponese della Lana e per la marca di vestiti Nikke. Nel 1931 fondò l’associazione pubblicitaria Okuyama Tokyo Art, il cui nome fu poi cambiato in Tokyo Advertising Creator’s Club. Dal 1923 al 1933 studiò con Kendo Ishii, per apprendere le tradizionali tecniche grafiche giapponesi e l’ukiyo-e. Nel 1932 fu uno dei molti artisti che contribuirono alla serie di stampe “Cento Viste della Grande Tokyo”.

Yusaku Kamekura (1915-1997) fu uno dei pionieri del moderno graphic design giapponese. Fu un grafico poliedrico, disegnatore di loghi, packaging, libri e impaginati, ma i suoi lavori più riusciti furono sicuramente i manifesti. Studiò architettura e i principi del Costruttivismo russo presso l’Istituto per l’architettura contemporanea e le arti industriali di Tokyo, un istituto privato fondato con l’obiettivo di introdurre le teorie del Bauhaus in Giappone. Dal 1938 Kamekura assunse l’incarico di direttore artistico in un certo numero di riviste giapponesi mentre nel 1955 partecipò alla mostra “Graphic 55”, insieme a Hara Hiromu (1903-1986), Paul Rand (1914-1996) e altri. Dopo la morte di Kamekura, avvenuta nel 1997, la Japan Graphic Designers Association (JAGDA) lo onorò nel 1999 con l’istituzione di un premio internazionale in suo nome, riconoscendone la profonda influenza sul design sia in patria che all’estero. Ogni anno il premio Yusaku Kamekura Award viene offerto al designer che ha prodotto il lavoro più significativo dell’anno, senza distinzione di età o di carriera.

Nel 1944 Yusaku Kamekura fu introdotto per la prima volta nella società Nikon dal fotografo Ken Domon (1909-1990). Il suo primo lavoro per la società risale al 1953 per il Nikkor Club Almanac; Kamekura continuò in seguito a progettare vari supporti aziendali: poster, brochure, manuali, packaging, calendari e insegne al neon, molti dei quali divennero famosi in tutto il mondo. Sempre negli anni ’50 Kamekura progettò anche il logo aziendale che fu poi modificato – sempre da lui – nel 1968. Quando l’azienda venne ribattezzata nel 1988, anche il logotipo fu nuovamente aggiornato; le modifiche sono quasi impercettibili ma l’inclinazione delle lettere cambiò leggermente. L’impressionante mole di lavoro per Nikon – sviluppata durante la maggior parte della sua vita – può essere considerata uno degli apici della carriera di Kamekura.

Kamekura sviluppò anche il logo per le Olimpiadi di Tokyo nel 1964 e il poster per EXPO’70 a Osaka. Per le Olimpiadi, Kamekura riuscì a combinare i principi e la tipografia modernista con il patrimonio culturale giapponese attraverso la semplice combinazione delle parole “Tokyo” e “1964”, gli anelli olimpici, e il sole della bandiera giapponese. Quella del ’64 a Tokyo fu la prima edizione delle Olimpiadi a fare un uso coerente di un’immagine coordinata e della fotografia.

Le Olimpiadi del ’64 espressero pienamente la volontà, da parte del Giappone post-bellico, di dare l’immagine di un paese rinato e moderno, in grado di confrontarsi con gli standard internazionali. L’approccio geometrico e razionale palesato dalla grafica fu un esplicito tentativo di allontanarsi dalle immagini stereotipate “fiori di ciliegio e geisha”, mostrando un assetto più maturo e al passo con il mondo occidentale. I supporti per le Olimpiadi furono sviluppati dal Dezain Kondan-Dai (“Design Colloquium”), sotto la direzione artistica del critico d’arte Masaru Katsumi (1909-1983), uno dei maggiori responsabili nella definizione della figura professionale del disegnatore grafico in Giappone nonché strenuo promotore dello stile europeo. Tra i membri del team, Kamekura si occupò principalmente del logo, Koto Tadashi curò l’uso dei colori, mentre il graphic designer Hara Hiromu (1903-1986) fu responsabile degli aspetti tipografici.

Hara Hiromu (1903-1986) nacque nella cittadina di Iida, nella prefettura di Nagano, e nel 1921 si diplomò alla Tokyo High School of Industrial Arts. Nel 1933 contribuì alla creazione della società editoriale Nippon Kobo e nel 1934 – assieme al fotografo Ihei Kimura (1901-1974), tra gli altri – fondò lo studio fotografico Chuó Kòbò. Nel 1937 realizzò dei murali per l’Expo di Parigi e nel 1939 per l’Esposizione mondiale di New York. Dal 1942 al 1945 fu art director della rivista Front, famosa per l’uso drammatico del fotomontaggio. Hiromu fu molto attivo nel promuovere iniziative legate al mondo della grafica: fece parte del gruppo di artisti che fondò l’Associazione Giapponese Artisti Pubblicitari e del Nippon Design Center, al quale aderirono anche Yusaku Kamekura e Ryuichi Yamashiro. Furono molti i riconoscimenti che gli vennero conferiti: nel 1960 ricevette il premio Mainichi per la serie Paper design da lui progettata per la cartiera Takeo; nel 1964 il premio dell’ADC di Tokyo (per il suo lavoro nella rivista Taiyo). Dal 1952 al 1970 fu docente di progettazione grafica all’Università Musashino di Kodaira.

Keiichi Tanaami (1936) iniziò a lavorare come artista e grafico a partire dagli anni ’60, facendo parte della corrente Neo Dada giapponese; ebbe l’opportunità di scambiare idee con Robert Rauschenberg e con il critico d’arte Michel Tapié, e collaborò anche con Andy Warhol. Ispirato da artisti come Yoko Ono e Nam June Paik, Keiichi Tanaami iniziò a farsi un nome già durante gli anni ’60, prima di aderire alla Pop art nel 1967, conoscendo Warhol durante la sua prima visita a New York. Tanaami divenne una figura centrale nel panorama artistico d’avanguardia del dopoguerra giapponese, periodo segnato da molti avvenimenti: la guerra in Vietnam, la revisione del trattato di sicurezza tra Giappone e USA, la Rivoluzione Culturale in Cina e la crisi petrolifera.

Nato nel 1936, figlio di un grossista di tessuti, Tanaami aveva nove anni quando visse in prima persona i bombardamenti di Tokyo verso la fine della seconda guerra mondiale. Studiò alla Musahino Art University e – tra i suoi lavori commerciali più noti – arrivò a disegnare alcune copertine per gruppi musicali, tra cui Jefferson Airplane e The Monkees. Nel 1975 Tanaami fu il primo direttore artistico dell’edizione giapponese di Playboy Magazine. Fu inoltre insegnante all’Università di Arte e Design di Kyoto dal 1991.

La grafica di Ikko Tanaka (1930-2002) è profondamente radicata nella tradizione giapponese e allo stesso tempo influenzata dalla contemporanea espressione visiva occidentale. Il suo vasto lavoro come graphic designer comprende la progettazione del logo per Expo ’85 a Tsukuba, il logo per World City Expo a Tokyo nel ’96 e l’identità visiva dell’Università di Osaka.

Tanaka curò e progettò mostre per il Victoria and Albert Museum a Londra e per diverse istituzioni in tutto il Giappone. La sua opera multiforme spaziò dalla direzione artistica alla progettazione editoriale di libri; lavorò per diversi marchi tra cui Seibu, Mazda e Shiseido e collaborò anche allo sviluppo del brand Muji, di cui fu direttore artistico fino al 2001. Muji è una società giapponese che vende una vasta gamma di articoli, caratterizzati dal design minimalista, l’accento sul riciclaggio, l’attenzione agli sprechi nella produzione e nel confezionamento, oltre alla politica “no-brand”.

Il poster Nihon Buyo del 1981 fu progettato da Tanaka per uno spettacolo di danza tradizionale giapponese presso l’Università della California. È composto da semplici forme bidimensionali: cerchi, triangoli e quadrati, che formano l’immagine di una donna dall’acconciatura tradizionale. Si tratta di uno dei lavori per cui Tanaka è maggiormente conosciuto, presentando una composizione geometrica – costruita su una rigida griglia d’impaginazione – e basata su colori forti che combinano le tradizionali forme giapponesi con il razionalismo occidentale.

Nara, Kyoto e Osaka – le città dove Tanaka trascorse i primi 25 anni della sua vita – erano luoghi ancora immersi in atmosfere e usi maggiormente radicati nella tradizione. Arrivato a Tokyo, Tanaka divenne un entusiasta del jazz e fu in grado di sposare, in molti dei suoi elaborati, gli elementi più tipici del proprio patrimonio culturale con il design contemporaneo internazionale. Non si trattava di una contraddizione, bensì di una vera e propria fusione tra due tradizioni culturali e due differenti sensibilità.

Ikko Tanaka collaborò anche con lo stilista Salvatore Ferragamo. La prima esposizione interamente dedicata alle creazioni di Ferragamo fu realizzata nel 1985 nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze per iniziativa del Comune di Firenze, in collaborazione con la Galleria del Costume di Palazzo Pitti. Visto l’enorme successo riscontrato, la mostra fu ospitata anche dal Victoria and Albert Museum a Londra nel 1987, e dal Los Angeles County Museum nel 1992.
La retrospettiva in Giappone fu particolarmente importante in quanto celebrava il centenario della nascita di Ferragamo. A tale scopo fu deciso di trasformare la mostra da itinerante in un grande evento artistico in cui furono coinvolti due tra i maggiori esponenti dell’arte e della cultura giapponese: Ikko Tanaka e Hiroshi Teshigahara.
Tanaka era il grafico che più di ogni altro si ispirava alle proprie tradizioni nella sua opera; allo stesso modo, Ferragamo ha sempre attinto alla tradizione artigianale, artistica e culturale italiana. Nonostante questo forte attaccamento alle proprie radici, entrambi gli artisti riuscirono a dare un respiro internazionale alle proprie creazioni.
Un ulteriore punto di collegamento tra i due artisti era costituito dal colore che – sia nelle creazioni di Ferragamo sia
nella grafica di Tanaka – costituiva un elemento dominante.

Kazumasa Nagai (1929) è nato a Osaka e ha studiato scultura all’Università di Tokyo. È un disegnatore grafico famoso a livello internazionale, pluripremiato per i suoi manifesti fantasiosi. Lo stile grafico di Kazumasa si è evoluto da un linguaggio più astratto tra anni ‘60 e ’70 verso forme più organiche negli anni ’90. Si tratta di un artista molto vicino alle tradizionali tecniche grafiche e l’iconografia giapponesi: animali e colori presenti sui suoi progetti hanno spesso un significato simbolico.

Kasumasa Nagai ha utilizzato una grammatica visiva sorprendentemente semplice e diretta, disegnando i suoi poster con forme originali e colori vivaci. I suoi poster per LIFE sono stati stampati negli anni ’60; si trattava di lavori per certi versi simili ad alcune opere di Yusaku Kamekura, nell’utilizzo degli spazi negativi, nelle forme astratte e nell’uso di colori forti e contrastanti.

Keisuke Nagatomo (1939-2017) nacque a Osaka. Dopo il diploma alla Scuola di Design entrò a far parte del Nippon Design Center e nel 1969 fondò lo studio K2 assieme a Seitaro Kuroda (1939). Durante la sua carriera Nagatomo ha vinto numerosi premi come il Kodansha Award, per il suo lavoro illustrativo, nel 1964 e ancora nel 2006.

I disegni di Seitaro Kuroda per la serie Mad Dogs nascono durante un soggiorno dell’artista a New York. Sensibile alla tematica della guerra, Kuroda si trovò ad osservare i cani tenuti al guinzaglio dai proprietari a Central Park, immaginando che potessero impazzire e ribellarsi ai padroni. Ispirato da questo pensiero, Kuroda creò insieme a Keisuke Nagatomo i disegni di Mad Dogs. Contraddistinti da linee semplici e colori vividi, i cani diventano un simbolo dello spirito ribelle. Kuroda dipinse circa cinquanta opere a olio, acrilico e pastello e produsse anche una serie limitata di trenta libri serigrafati, insieme a Keisuke Nagatomo e al copywriter Higurashi Shinzo.

Shigeo Fukuda (1932-2009) fu artista, scultore e disegnatore grafico, noto per i suoi lavori che proponevano illusioni e inganni ottici. Particolarmente famosi sono: il manifesto ufficiale per l’Esposizione mondiale del 1970 a Osaka e il manifesto creato per Amnesty International nel 1980, che mostra un pugno chiuso intrecciato con filo spinato. Anche Victory 1945 è una delle sue opere grafiche più note e mostra un proiettile che ritorna verso il cannone che l’ha sparato.

Fukuda sviluppò un forte interesse per l’arte tridimensionale già dai primi anni ’80, e ancora di più in seguito alla nascita della figlia Miran. L’artista creò per la figlia sculture in legno e giocattoli, che tradiscono la fascinazione per l’arte illusionistica di Escher e di Vasarely. Lo stesso Fukuda era nato in una famiglia coinvolta nella produzione di giocattoli, fatto che potrebbe aver contribuito in qualche modo al suo interesse per gli oggetti tridimensionali. Parlando del suo lavoro come artista, Fukuda una volta disse di aver trovato uno scopo nella vita guardando le cose banali e ordinarie che, a un secondo sguardo, lo riuscivano a interessare.

Già da giovane Fukuda si divertiva a creare origami e in seguito – all’inizio della sua carriera come graphic designer – fu ispirato soprattutto dallo Stile Internazionale, che poté approfondire presso l’Università di Tokyo, dove si laureò nel 1956. Fukuda ricercava la semplicità ed era convinto che la bellezza fosse strettamente correlata alla ricerca di uno scopo.

Il poster Kyogen di Fukuda appartiene a una serie di manifesti disegnati nel 1981 da dodici artisti grafici giapponesi, sotto la cura del critico d’arte Masaru Katsumi, per una serie di spettacoli negli USA organizzati dell’Asian Performing Arts Institute. Il Kyogen è un tipo di teatro tradizionale giapponese di genere comico, con maschere e costumi piuttosto semplici, probabilmente nato da una forma d’intrattenimento cinese importata in Giappone nell’VIII secolo. Si sviluppò in seguito sotto forma di brevi episodi comici, messi in scena durante le rappresentazioni teatrali Noh, più lunghe e serie.

Tra la vasta produzione grafica di Fukuda, spiccano due manifesti disegnati per celebrare la Giornata della Terra: il primo mostra la Terra come un seme germogliante che si staglia contro un sfondo monocromatico, mentre nel manifesto Happy Earthday, del 1982, una scure si staglia contro lo sfondo rosso, con un piccolo ramo che spunta sulla parte alta del manico, dando vita a uno strumento concepito per distruggerla.

Il disegnatore grafico Mitsuo Katsui è nato a Tokyo nel 1931. Si è laureato nell’università della sua città natale nel 1955 e poi ha frequentato un corso post-laurea in design e fotografia. La sua carriera iniziò lavorando per l’azienda Ajinomoto nel 1956, ma già nel 1961 Katsui divenne un grafico libero professionista, specializzato nella progettazione di mappe, diagrammi e calendari, caratterizzati dalle forme astratte, dai colori vivaci e pop e le conformazioni particolari, che rendono la sua grafica decisamente riconoscibile. Katsui ha ricevuto numerosi premi tra cui il AAC Award, il Mainichi Industrial Design Award, il Kodansha Cultural Publishing Prize, la Purple Ribbon Medal, oltre a numerosi riconoscimenti da organizzazioni internazionali tra cui le Biennali dei Poster di Varsavia, Lahti e del Messico, e il NY ADC. Katsui ha insegnato inoltre alla Musashino Art University ed è stato direttore del JAGDA (Japan Graphic Designers Association) nonché membro dell’AGI.

In seguito ai corsi frequentati dopo la laurea, in design e fotografia, le sue capacità tecniche aumentarono rapidamente, permettendogli di partecipare a diverse mostre in alcune gallerie d’arte di Tokyo e lavorare per clienti quali l’azienda alimentare Ajinomoto.

Nel 1968 il produttore leader giapponese di inchiostri Dainippon Ink & Chemicals (DIC) commissionò a Katsui la creazione della DIC Color Guide: un campionario comprendente 641 chip di colore più una tabella di miscelazione. Insieme ai designer Ikko Tanaka e Tadahito Nadamoto, Mitsuo scelse 600 tra 3.000 colori e li presentò in diverse combinazioni. Questo lavoro è diventato un riferimento per tutte le aziende di stampa giapponesi e fece sì che la DIC diventasse un punto di riferimento nel campo dell’ingegneria del colore.

Uno degli incarichi più importanti di Katsui fu la collaborazione di sei anni con 20 designer per la creazione della Kodansha Encyclopedia, un enorme volume in lingua inglese che abbracciava una vasta gamma di argomenti sulla cultura giapponese. Il lavoro fu portato avanti da 680 studiosi giapponesi e altri 520 collaboratori appartenenti a 27 diverse nazioni. La prima edizione fu pubblicata nel 1983 rendendo noto il nome di Katsui sulla scena del graphic design internazionale.

Mitsuo Katsui Exhibition – Sign Design, 2014

Nel 2003 Katsui pubblicò una raccolta di sue opere intitolata Visionary Scape. Un anno dopo, al Museum of Modern Art di Toyama si tenne una sua retrospettiva, che partiva dai suoi primi lavori di graphic design, attraverso le diverse trasformazioni multimediali, fino ai suoi lavori più recenti, consentendo un esame ravvicinato dell’evoluzione creativa dell’artista.

Makoto Saito è un graphic designer e artista giapponese nato a Fukuoka nel 1952. Saito ebbe una formazione prevalentemente autodidatta ma i suoi primi lavori grafici ottennero già dall’inizio un certo successo a livello internazionale. Saito lavorò dal 1974 al 1980 al Nippon Design Center prima di fondare la sua società: la Makoto Saito Design. I suoi poster sono caratterizzati spesso da immagini senza testo stampati su carte spesse e di alta qualità, con inchiostri densi e coprenti. In generale quasi tutte le grafiche progettate da Saito mostrano il suo maggior interesse per l’immagine piuttosto che per il testo.

Particolarmente interessanti sono i suoi lavori per il brand d’abbigliamento Alpha Cubic, dove l’artista è stato capace di unire il collage a distorsioni fotografiche che ricordano per certi versi le sperimentazioni optical.

Fonti e approfondimenti