Willem Sandberg e Otto Treumann: il disegno grafico nei Paesi Bassi

Dopo la seconda guerra mondiale, lo Stedelijk Museum di Amsterdam divenne l’importante centro di arte moderna conosciuto anche oggi. La reputazione che ha rapidamente conquistato a livello internazionale si deve soprattutto al talento, alla fantasia e alla tenacia di un singolo uomo: Jonkheer Willem Jacob Henry Berend Sandberg (1897-1984), meglio conosciuto semplicemente come Sandberg o anche con il suo diminutivo “Wil”. Fu lui che, durante i suoi anni come direttore, rese il museo molto più attraente, rendendo più semplice l’accesso all’arte e compensando limiti come risorse e personale ridotti con l’ottimismo e la passione.
Un vasto programma di mostre annuali permise di attirare un pubblico sempre più ampio. Sebbene non monumentali, le esposizioni organizzate da Sandberg offrivano un’ampia varietà di espressioni visive, dalla pittura alla scultura, dai disegni per bambini all’arte naïf, dall’architettura al design industriale, dal poster alla fotografia.

Sandberg nacque ad Amersfoort, in Olanda, nel 1897. Crebbe in una famiglia benestante e suo padre voleva che studiasse legge ma Sandberg non lo fece e decise di frequentare un’accademia d’arte: la Rijksacademie di Amsterdam. Restando però deluso dall’insegnamento ricevuto, vi studiò per un solo anno e si dedicò, tra le altre cose, ai viaggi, lavorando anche in una stamperia di Herrliberg (Svizzera). Rientrato ad Amsterdam nel 1928 lavorò prevalentemente come graphic designer e nel 1936 ottenne un lavoro come vicedirettore dello Stedelijk Museum e iniziò a progettare poster e cataloghi.

Grazie al suo doppio ruolo di direttore e grafico dello Stedelijk Museum, Sandberg giocò un ruolo fondamentale nella storia della comunicazione visiva nei Paesi Bassi. Il suo lavoro si distingue per l’accostamento di caratteri diversi, un numero limitato di colori – spesso su fondo bianco – e una grande attenzione ai materiali, in special modo le carte.

Molti dei segni caratteristici delle sue opere nascono dalle sperimentazioni realizzate durante la guerra con la pubblicazione clandestina Experimenta Typografica: ne è un esempio il lavoro con la carta strappata, che egli adoperò ampiamente per realizzare lettere e forme.

Sandberg divenne curatore presso lo Stedelijk nel 1937. Sebbene al designer inizialmente non piacesse l’idea di diventare un dipendente pubblico, accettò il ruolo a condizione di non dover rinunciare a progettarne i cataloghi. Attivo in questo nuovo ruolo, allestì anche una mostra di arte astratta che comprendeva 70 opere di 32 artisti diversi. Una retrospettiva di questo tipo non costituiva solo una novità per i Paesi Bassi, ma era insolita in Europa a quel tempo.

Sandberg continuò la sua curatela con grande energia, rinnovando anche l’interno dello Stedelijk. Questo incluse anche la ridipintura delle piastrelle in terracotta di rosso, giallo e verde dell’atrio e di quelle sulla scala in bianco, con grande indignazione del borgomastro De Vlugt.

Con l’arrivo della seconda guerra mondiale, Sandberg venne coinvolto in diverse attività illegali come la creazione di carte d’identità false. Quando questa attività venne scoperta, nel 1943, il gruppo di artisti coinvolto decise di dare fuoco al registro per evitare coinvolgimenti. Nonostante ciò tutti i responsabili – ad eccezione di Sandberg – furono catturati e in seguito uccisi. La moglie di Sandberg riuscì ad avvisare in tempo il compagno che i nazisti stavano venendo a cercarlo nella loro casa: questo lo salvò anche se lo costrinse a nascondersi fino al termine della guerra.

Gli anni del conflitto furono molto difficili per Sandberg: la moglie fu incarcerata, il figlio rinchiuso in un campo di concentramento e molti dei suoi amici erano morti. Sandberg si trovò a vivere isolato, nascosto nella piccola città di Gennep sotto falso nome.

Iniziò quindi a creare degli opuscoli con illustrazioni, note e pensieri. Realizzare quei manufatti non fu cosa facile: a causa della guerra, Sandberg non aveva quasi materiali con cui lavorare. Doveva essere molto creativo per continuare a produrre e utilizzò tutto ciò su cui poteva mettere le mani: vecchi giornali e cartone, cartine per sigarette e altro. Dato che Sandberg non aveva soldi e i materiali scarseggiavano in tempo di guerra, improvvisò usando tutto ciò che poteva trovare: ritagli di carta da parati, imballaggi di cartone, carta velina e carta da imballaggio; fotografie, disegni e simboli strappati dalle riviste.

Fu proprio in quel periodo che iniziò a strappare le carte per creare le lettere, una tecnica che adoperò anche in alcune sue opere successive, come nei cataloghi per il Museo Stedelijk. Sandberg intitolò i 19 libretti prodotti durante il conflitto (tra il 1943 e il 1945) Experimenta Typographica.

L’artista realizzò un paio di copie per ciascun libretto, tutti a mano. Le raccolte comprendevano circa da venti a sessanta pagine di disegni, collage e testi, scritti dallo stesso Sandberg o citati da diversi scrittori.
Gli opuscoli Experimenta Typographica sarebbero dovuti essere stampati ad Amsterdam, dall’amico di Sandberg Frans Duwaer, ma questi fu arrestato e ucciso dalla Gestapo. Dopo la guerra, la prima edizione dell’opera fu pubblicata prima da Vijpondpers, detta anche 5lb Press (così chiamata perché i nazisti avevano vietato la produzione di pubblicazioni con più di cinque libbre di carta) e successivamente da una galleria d’arte di Colonia.

Sandberg scrisse molto durante la sua vita e alcune delle sue opinioni cambiarono radicalmente nel corso degli anni. Un esempio di questo è il suo atteggiamento nei confronti del ruolo rivestito dal museo, che nel 1929 aveva descritto come qualcosa legato alla “cultura del passato”. In seguito al ruolo rivestito presso lo Stedelijk, Sandberg cambiò idea, identificando il museo d’arte contemporanea come un luogo d’incontro tra artisti e pubblico di ogni estrazione sociale. Il museo era ora pensato come un luogo di sperimentazione e riflessione sulla cultura contemporanea, che svolgeva un ruolo di “catalizzatore” tra artisti e pubblico. Nel tentativo di promuovere il binomio arte-vita, Sandberg considerava valide tutte le manifestazioni artistiche: oltre alle tradizionali “belle arti”, anche musica, danza, poesia, industrial design, tipografia, architettura, fotografia e cinema.

Per Sandberg gli elaborati grafici, come i manifesti, le riviste e in particolare cataloghi, rivestivano un’importanza primaria nell’espressione dell’immagine dell’istituzione museale, oltre allo scopo di rendere visibili le sue attività e iniziative al più vasto pubblico possibile. Sandberg concepiva il catalogo come un “assaggio” per una mostra, un mezzo per stimolare l’interesse del pubblico. Per questo motivo i cataloghi venivano resi disponibili agli abbonati prima dell’apertura delle mostre. Questa funzione di “anteprima” è ora ampiamente portata avanti dalla comunicazione pubblicitaria televisiva e radiofonica, oltre che stampata, ma all’epoca i cataloghi rappresentavano uno dei pochi mezzi efficaci per promuovere il lavoro degli artisti, soprattutto se meno noti.

Sandberg disegnò circa 320 cataloghi durante la sua carriera, un numero sbalorditivo considerando che dopo il 1945 (quando divenne direttore dello Stedelijk), svolgeva questo compito soprattutto la sera, dopo aver terminato la quotidiana gestione del museo.

Le copertine di Sandberg per la rivista STYL mostrano un uso precoce delle forme strappate che divennero in seguito un suo segno distintivo. La palette cromatica di base è simile a quella degli artisti di De Stijl, da cui Sandberg fu chiaramente influenzato.

L’uso del blu e del rosso è tipico della produzione grafica di Sandberg e questa combinazione cromatica è riscontrabile in gran parte del suo lavoro degli anni ’30 e ’40, come ad esempio sulla copertina del libro Pays Bas pubblicato in occasione dell’Esposizione internazionale di Parigi del 1937.

Una delle caratteristiche più interessanti nel lavoro di Sandberg è sicuramente la scelta dei materiali, tra cui la grande cura che l’artista poneva nella scelta delle carte: da lucido, carta Kraft, tessuti, carta da zucchero, grezza, ecc., selezionate per la tattilità e le peculiarità visive di grammatura, trama e colore.

Ebreo tedesco, Otto Treumann (1919-2001) si trasferì in Olanda in fuga dai nazisti. Dopo gli studi di grafica ad Amsterdam e il lavoro nella stampa clandestina partigiana durante la guerra, nel 1945 iniziò a lavorare come disegnatore grafico freelance. Il suo lavoro è caratterizzato in modo particolare dall’uso del colore, presente in grandi campiture omogenee, spesso usate per dare un’idea di tridimensionalità.

Treumann nacque in Baviera in una famiglia liberale ebraica. Arrivato nel 1935 in Olanda studiò alla Nuova Scuola d’Arte di Amsterdam, che insegnava secondo i principi del Bauhaus. Durante l’occupazione tedesca, Treumann si nascose, dedicandosi alla contraffazione di carte d’identità e ricevute di distribuzione. Dopo la guerra, i suoi manifesti per i Jaarbeur di Utrecht e Rotterdam divennero ampiamente noti. Treumann lavorò anche per il Museo Stedelijk di Amsterdam e il Balletto Nazionale. Nel 1962 progettò una serie di francobolli per la società telefonica olandese; in seguito disegnò altri francobolli tra cui quello per il centenario della morte di Vincent van Gogh nel 1990.

Se gran parte della produzione di Willem Sandberg risentì solo marginalmente dello Stile Internazionale – restando ancorata a una grafica più “manuale” e artistica – la grafica di Treumann si allineò maggiormente agli standard tipografici svizzeri.

Fonti e approfondimenti