La grafica di Bruno Munari

Partendo dalla premessa che il lavoro poliedrico di Munari non può essere definito seguendo puramente il meccanismo delle tendenze artistiche e delle tipologie stilistiche, lo scopo di questo articolo è definire una breve traccia della sua ampissima attività nel campo del disegno grafico.

Bruno Munari (1907–1998) è stato certamente uno dei personaggi più significativi della cultura artistica internazionale del XX secolo. Nacque a Milano nel 1907 da padre capocameriere (presso il ristorante Gambrinus) e da madre ricamatrice di ventagli. La famiglia si trasferì a Badia Polesine, in Veneto, nel 1913 per prendere in gestione un albergo. Bruno Munari trascorse quindi la sua infanzia in campagna e dopo la scuola dell’obbligo si recò a Napoli. Uno zio ingegnere lo indirizzò verso gli studi tecnici e nel 1926 lo prese come impiegato nel suo studio grafico a Milano. Nel capoluogo lombardo, appena diciottenne, Munari ebbe l’opportunità di entrare in contatto con i futuristi e nel 1927 debuttò quindi nella Mostra di trentaquattro pittori futuristi, ospitata nella Galleria Pesaro. In quella occasione fu esposta la sua prima opera documentata: Costruire, un dipinto di ispirazione boccioniana raffigurante scene di vita urbana. Del 1929 è invece il suo quadro L’ospedale delle macchine.

Nel 1929 Munari lasciò il suo lavoro presso lo studio grafico dello zio per cominciare a esercitare come bozzettista: risale a questo periodo la sua collaborazione con Carlo Cossio (1907-1964), pioniere del cartone animato italiano. Sempre nel 1929 Munari si dedicò alla realizzazione della scenografia per l’opera teatrale di Marinetti Il suggeritore nudo. Simultaneità futurista in undici sintesi, assieme a Anton Giulio Bragaglia. L’opera venne rappresentata il 12 dicembre 1929 per la prima volta a Roma, al Teatro Sperimentale degli Indipendenti, con scene e costumi disegnate dal giovane Bruno Munari, mentre le scenografie erano di Bragaglia. Nello stesso anno Munari illustrò il racconto di Giuseppe Romeo Toscano Aquilotto implume. Avventure di terra e di cielo, con immagini di derivazione aeropittorica.

Sempre in quel periodo, Munari lavorò anche alla pubblicazione (poi non realizzata per difficoltà economiche) del volume L’Almanacco dell’Italia Veloce, che avrebbe dovuto essere un vero e proprio monumento dell’immaginazione pubblicitaria futurista. Nel 1931 firmò il Manifesto dell’aeropittura del gruppo futurista milanese e nel 1934 il Manifesto tecnico dell’aeroplastica e il Manifesto della plastica murale.
Dopo la collaborazione con il futurista Fortunato Depero, Campari si rivolse a Bruno Munari per la realizzazione del nuovo Cantastorie di Campari. L’album presenta legature con spirale di metallo ed è di grandi dimensioni, stampato con tecnica cromolitografica su carta giapponese. Contiene 29 tavole originali dell’artista (compresa la copertina e il marchio Campari); le poesie alternate ai disegni sono di Renato Simoni (1875-1952) datate 1931.

Dopo aver partecipato assieme ai futuristi alla Biennale di Venezia del 1930 e alla Quadriennale di Roma del 1931, collaborò alla redazione de L’Almanacco dell’Italia veloce (1930), al progetto Stazione per l’aeroporto civile di Enrico Prampolini (1933), all’illustrazione del poema L’anguria lirica di Tullio d’Albisola, stampato su latta nel 1934. Per Marinetti curò la grafica de Il poema del vestito di latte (1937), stampato su fogli di cellophan.

L’astrattismo
L’adesione alla seconda ondata del movimento futurista non gli impedì di avvicinarsi anche agli astrattisti italiani – Lucio Fontana, Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Mauro Reggiani, Manlio Rho, Atanasio Soldati e Luigi Veronesi – la cui pittura in quegli anni era promossa dalla galleria Il Milione di Milano. Fu proprio lì che nel 1933 si tenne la prima personale di Bruno Munari. Tra il 1930 e il 1933 l’artista aveva ideato infatti la serie delle Macchine inutili, che trovava un precedente nella sua Macchina aerea progettata nel 1930. Si trattava di sperimentazioni che ancora una volta avvicinavano l’opera Munari al lavoro dei futuristi, in particolare alle ricerche di Enrico Prampolini (1894-1956).

Le macchine inutili di Munari sono simili anche ad alcune opere di Man Ray, Alexadr Rodchenko e Alexander Calder, considerabili tutte delle antenate di certa arte cinetica. Si trattava di strutture costruite per lo più con materiali leggeri, come cartoncini dipinti a tinte piatte, pezzi di legno, metallo leggero, vetro e fili. La scultura doveva infatti potersi muovere facilmente: oggetti sospesi dove ciascun elemento era libero di muoversi con rotazioni casuali attorno all’asse verticale del filo di sospensione, fornendo all’installazione un aspetto cromatico mutevole e di sorpresa. Le macchine inutili, rispetto alla macchina aerea, godevano di un maggior grado di libertà, dato che non era tutta la macchina a muoversi ma ciascun elemento era più o meno autonomo rispetto agli altri.

Nel corso degli anni ’30, grazie alle diverse mostre a cui poté presenziare, Munari ebbe modo di conoscere – oltre al Futurismo – i principali movimenti artistici internazionali, subendo soprattutto l’influenza del Costruttivismo, del Surrealismo, di De Stijl e della Bauhaus. Il fotomontaggio e l’introduzione di elementi geometrici, oltre alla grande sperimentazione con le tecniche di stampa, contraddistinguono il suo lavoro grafico di quel periodo.

Almanacco Bompiani
Nel 1933 Munari lavorò all’Almanacco Bompiani in cui incluse vari disegni, impaginati con soluzioni innovative e sul quale pubblicò anche cinque fotomontaggi, raggruppati sotto il titolo Atmosfera 1933.

L’origine degli almanacchi affonda le radici nella cultura agricola e nel mondo della saggezza popolare. L’Almanacco Letterario, pubblicato da Mondadori nel 1925, è probabilmente il prodotto più rappresentativo della cultura italiana del dopoguerra; vi parteciparono illustratori, artisti, scrittori e saggisti. Mondadori ne pubblicò quattro tra il 1925 e il 1928. Valentino Bompiani (1898-1992), all’epoca segretario di Mondadori, aveva avuto l’idea e il compito di organizzare l’opera e subentrò come direttore già nel 1927. Nel 1929 Bompiani si separò da Mondadori per fondare la Unitas. Mantenne comunque i diritti esclusivi sull’Almanacco Letterario, che nel 1929 uscì prima sotto Unitas e nel 1930 per le neonate Edizioni Bompiani, iniziando la collaborazione con Bruno Munari.

Fino al 1930 Bompiani aveva curato la redazione dell’Almanacco insieme al critico Enrico Piceni (1901-1986), a cui era succeduto nel 1931 Giacomo Prampolini (1898-1975). A partire dal 1932 lo affiancò il peta e sceneggiatore Cesare Zavattini (1902-1989). Gli Almanacchi del 1932 e 1933 sono gli ultimi in formato in-sedicesimo: quello del 1933 poi è uno dei più belli, dando uno spazio ancora maggiore all’avanguardia futurista, con un ampio uso del fotomontaggio e della fotografia. L’Almanacco del 1933 segnava l’inizio di una maggiore compenetrazione e contaminazione tra testo, immagine e impaginazione. Col 1934 venne cambiato il titolo in Almanacco letterario Bompiani, mutando anche il formato, dall’in-16º all’in-8º e Munari diventò il responsabile grafico.

R+M
Nonostante l’assiduo impegno sul fronte artistico, Munari continuò sempre a esercitare la professione di disegnatore grafico. Nel 1930 fondò con Ricas (Riccardo Castagnedi) lo studio R+M – uno dei primi studi grafici in Italia – dando avvio a un sodalizio che si sciolse nel 1937. Lavorò per riviste come La Lettura, Natura, Settebello, Grandi Firme, L’Ufficio moderno, e fu anche responsabile di alcune campagne pubblicitarie per Campari. 

Nel 1938 Munari si allontanò dal movimento futurista e accettò di passare come grafico alle dipendenze di Mondadori. Lo stesso anno scrisse il Manifesto del macchinismo, spronando gli artisti del suo tempo a capire il funzionamento delle macchine e a usarle a proprio piacimento. Si trattava di un’importante premessa teorica al libro Le macchine di Munari, una raccolta di disegni di oggetti meccanici umoristici, curata in collaborazione col disegnatore Rube Goldberg e pubblicata da Einaudi nel 1942.

Nel 1940, quando cominciò a dirigere l’ufficio editoriale de Il Tempo – esperienza che gli permise, fino alla fine della guerra, di collaborare con il poeta Salvatore Quasimodo – nacque suo figlio Alberto, avuto dalla moglie Dilma Carnevali, sposata nel 1934. Con la nascita del figlio, si rafforzò l’attenzione di Munari per l’infanzia: tra il 1940 ed il 1945 diede alle stampe, in veste di autore, grafico e illustratore, una lunga serie di libri per bambini.

La prima raccolta di libri didattici per l’infanzia, realizzata nel 1940 da Munari per la casa editrice Italgeo, fu Mondo, Aria, Acqua, Terra, seguita dall’Abecedario, pubblicato nel 1942 da Einaudi. Negli anni della guerra Munari lavorò poi con l’illustratore Gelindo Furlan (1907-1994) a due libri gioco: Teatro dei bambini e Musica. Dal 1943 l’artista cominciò a lavorare a una delle sue collane più celebri: I libri di Munari, composta da sette titoli, uscita per Mondadori nel 1945 e subito stampata anche negli Stati Uniti. Mondo, Aria, Acqua, Terra è una pubblicazione diretta a un pubblico di lettori giovani, con numerose illustrazioni a colori e a piena pagina eseguite dallo stesso Munari, illustrando vari aspetti del mondo naturale, la vita nel cielo, nel mare e sulla terra, nonché varie culture.

Dopo la partecipazione come artista indipendente alla Triennale sempre nel 1940, Munari continuò a esporre soprattutto a Milano, da cui si allontanò soltanto negli ultimi anni della guerra, mettendo al riparo la sua famiglia a Badia Polesine. In pieno conflitto, e immediatamente dopo, Munari, scettico nei confronti del linguaggio verbale, produsse opere di gusto quasi dada, tutte caratterizzate da una grande ironia. In questo senso vanno lette la Tavola tattile del 1943, e le Fotocronache (1944). «La fotocronaca è un modo di esprimersi più con le immagini che con le parole, le immagini possono essere scolpite, disegnate o fotografate, il mezzo non conta. Qualunque macchina fotografica va bene per fare della fotocronaca. Questa per esempio è una vecchia macchina a tendina. Anzi, oltre alle tendine, ha anche una bella veranda dalla quale si vede il mare. È bello d’estate, in costume da bagno, oziare sulla veranda… Ma non sempre serve la macchina fotografica. Io, questa, non l’ho mai adoperata.» (Bruno Munari, luglio 1944).
L’approccio ironico contraddistingue anche il libro Munari presenta Il catalogo illustrato dell’umorismo, il cui titolo completo era Catalogo illustrato dell’umorismo: nel quale troverete tutti questi argomenti abiti, acquario, adulterio… trattati dai più allegri pittori e scrittori del mondo. Munari in realtà vi compare con un solo testo (Innocente svago), anche se curò l’antologia insieme al poeta Theodor Storm (1817-1888). Anche la serie Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, cominciata nel 1947, mostra l’approccio estetico e ironico di Munari. L’idea dell’artista nasceva dall’osservazione di scritte di cui – anche senza comprendere né saper leggere i testi – si scoprono degli elementi di bellezza, soltanto sapendoli osservandoli con senso estetico e grafico.

Arte Concreta
È con due specifiche opere che per Munari si aprì una nuova stagione artistica legata al Concretismo. Dopo aver partecipato alla mostra Arte astratta e concreta del 1947 – organizzata nel capoluogo lombardo da Lanfranco Bombelli Tiravanti, Max Bill e Max Huber – nel 1948, assieme a Gillo Dorfles, Gianni Monnet e Atanasio Soldati, fondò il MAC. I due lavori sono:

  • Ora X del 1945; un orologio a variazione cromatica, dove ore, minuti e secondi sono marcati da semidischi trasparenti, nei colori primari. L’opera fu definita dall’artista la sua prima creazione di arte programmata.
  • La struttura Concavo/convesso del 1947; una forma tridimensionale, ottenuta utilizzando un quadrato di rete metallica, che riprendeva la forma dell’anello di Moebius .

Nell’ambito dell’esperienza del MAC, portata avanti fino al 1958, Munari curò la veste grafica dei bollettini e delle raccolte di materiale documentario del gruppo; attorno al 1948-49, cominciò a creare i Negativi/positivi, dipinti di forma quadrata nei quali sagome geometriche bicolore annullavano la classica contrapposizione tra primo piano e sfondo. Nel complesso furono stampati quindici bollettini quadrati prodotti dal MAC, a cura di Bruno Munari e Gianni Monnet. Contenevano litografie, serigrafie, collage e interventi manuali degli artisti del gruppo.

Con i Negativi-positivi ogni parte della composizione emerge in primo piano o scivola sullo sfondo, a seconda della lettura di chi guarda.

I libri illeggibili
Alla Libreria Salto di Milano, l’11 febbraio 1950, furono presentati i Libri Illeggibili. Si trattava di libri senza testo che raccontano storie visive attraverso linee, colori, fogli strappati e fogli trasparenti, fili di cotone e altri inserti, che nascevano come pezzi unici o riprodotti in piccole tirature. Tra i vari lavori prodotti: Primo Libro (1949); Punto bianco; Giallo nero bianco si e no; Giallo blu rosso contro grigio e nero; Due in uno; Triste storia con qualche momento allegro; Libro illeggibile n.8 (1951); Libro illeggibile n.12 (1951); Libro illeggibile n.15 (1951).

Secondo le parole dello stesso Munari, si trattava di libri che comunicavano qualcosa attraverso la natura stessa della carta, lo spessore, la trasparenza, il formato delle pagine, il colore della carta, la texture, la morbidezza o la durezza, il lucido e l’opaco, le fustellature e le piegature. Del tutto privi di testo questi libri, grazie a forme, colori e materiali, divenivano essi stessi il contenuto della comunicazione e fuorno stampati anche in Olanda, Giappone e USA.

Proiezioni dirette e Proiezioni a luce polarizzata
Al 1954 risalgono le sperimentazioni con la luce e le materie plastiche, che diedero vita alle diapositive delle due serie Proiezioni dirette e Proiezioni a luce polarizzata. Si tratta di opere spaziali polimateriche realizzate in forma di diapositive, che una volta proiettate assumono grandi dimensioni. L’idea di proiettare l’opera d’arte era un po’ la logica conseguenza del lavoro precedente dell’artista, iniziato con l’esplorazione delle ombre, nel suo ciclo di Macchine inutili. Questa ricerca culminò nel 1950 con i vetrini per le Proiezioni dirette. Si trattava di lavori realizzati con varie tecniche, soprattutto collage e interventi pittorici. Gli originali restavano nascosti poiché inseriti nel proiettore e quello che restava visibile era solo l’immagine ingrandita. Munari esplorò in questi lavori la smaterializzazione dell’opera e contemporaneamente la sua trasposizione, cercando anche di introdurre il movimento, proiettando i vetrini in sequenza come se fossero dei fotogrammi.  

Ricostruzioni teoriche di oggetti immaginari
Nel 1956 – anno in cui Munari vinse nuovamente il Compasso d’oro (assegnatogli per il Secchiello portaghiaccio disegnato nel 1954) – l’artista cominciò a lavorare alle Ricostruzioni teoriche di oggetti immaginari, una serie nata da un gioco inventato con il figlio Alberto. Il concetto alla base di questi lavori consisteva appunto nella ricostruzione teorica di oggetti anch’essi teorici, sulla base di frammenti di detriti, seguendo un metodo d’indagine casuale su forme, materiali e strutture. Munari scherzosamente spiegò che questa sperimentazione era iniziata intorno al 1955, quando si trovava in vacanza nelle Eolie. Disse di avere iniziato con “una scheggia di legno dalla gamba di un pirata” e, infine, ricostruito “un intero pirata”. Ancora una volta, il commento ironico di Munari sui concetti “istituzionali” della cultura costituiva la base di un’invenzione artistica.

Le sculture da viaggio
Nel 1958 Munari fu invitato a Parigi dall’artista Daniel Spoerri (1930), per esporre alla prima edizione della collettiva MAT (Moltiplicazione Arte Trasformabile), mentre vedevano la luce le Sculture da viaggio in cartone pieghevole, che potevano addirittura essere piegate e contenute in scatole e quindi trasportabili. Si trattava di un’ironica riproposizione del mito monumentale della scultura. Bruno Munari arrivò all’ideazione delle sculture da viaggio probabilmente riflettendo sugli origami giapponesi, anche se questi ultimi presentano un’evidente differenza rispetto alle prime, non prevedendo il taglio della carta. La scultura da viaggio nacque con caratteristiche moderne, situandosi tra arte e design: low-cost, pratica, mono-uso (volendo), al servizio del moderno cittadino nomade che si spostava di frequente; economica, leggera, facile da spostare.

Bruno Munari, Lezione all’Università di Venezia, 1992

Il poster per Campari
Il cartellone disegnato da Bruno Munari per Campari è strettamente legato all’apertura della metropolitana M1 a Milano, nel mese di novembre del 1964. Si trattava infatti di un manifesto che consentiva una buona visione della grafica anche in movimento e che poteva essere facilmente modulabile, perché non perdeva forza anche se intravisto parzialmente o se lo si guardava dai vagoni della metropolitana. L’idea forte alla base del progetto era il montaggio potenzialmente infinito, come se si trattasse di una carta da parati, modulabile senza interruzione. Sullo sfondo rosso spiccano le icone grafiche dei loghi dei vari prodotti Campari, scomposti e ricomposti. Così facendo Munari evidenziava l’elemento di continuità del marchio, ripercorrendo la lunga e prestigiosa storia dell’azienda con il confronto del lettering.

I libri e l’editoria
Munari si dedicò molto alla grafica editoriale, sia come illustratore, sia in veste di autore. La sua produzione editoriale è ampissima e comprende libri veri e propri (saggi tecnici, poesie, manuali, libri “artistici”, libri per bambini, testi didattici, stampati pubblicitari, copertine, ecc. In tutte le sue opere, è comunque presente una marcata ironia, una sperimentazione, che lo spinse a esplorare forme insolite e innovative, a partire dall’impaginazione, dai Libri illeggibili, all’ipertesto ante litteram di opere divulgative come Artista e designer (1971). Alla sua vasta produzione come autore vanno aggiunte i suoi contributi illustrativi per i libri di autori quali Gianni RodariNico Orengo e altri.

Per valutare l’impatto che l’opera di progettazione di Munari ha avuto sull’immagine della cultura in Italia, si può prendere come esempio il suo lavoro per Einaudi. In collaborazione con Max Huber, Munari definì tra il 1962 e il 1972 la grafica delle collane Piccola Biblioteca (con il quadrato colorato in alto), Nuova Universale (con le strisce orizzontali rosse), Collezione di poesia (con i versi su fondo bianco in copertina), Nuovo Politecnico (con il quadrato rosso centrale), Paperbacks (con il quadrato blu centrale), definendo una vera e propria corporate identity.

Altri suoi lavori: Letteratura, Centopagine, e opere in più volumi come Storia d’Italia, Enciclopedia, Letteratura italiana, Storia dell’arte italiana. Tra le altre realizzazioni grafiche di grande successo, si ricordano la Nuova Biblioteca di Cultura e le Opere di Marx-Engels per Editori Riuniti, e due collane di saggi per Bompiani.

Le Xerografie
Munari fu uno dei primi artisti ad utilizzare per scopi creativi le macchine fotocopiatrici, inventate e commercializzate dalla Xerox a partire dagli anni ’50. Questo processo di analisi è stato documentato in una pubblicazione edita a cura della Ranx Xerox nel volume Bruno Munari Xerografia. Documentazione sull’uso creativo delle macchine Rank Xerox, presentata in occasione della Biennale di Venezia del 1970. L’idea di Munari era semplice ma efficace e consisteva nello spostare immagini – testi, pattern o texture – durante la scansione.
In questo modo si possono ottenere immagini d’effetto, deformate dal movimento e rese uniche da un atto creativo non ripetibile. Le xerografie di Munari sono pertanto opere originali e grazie a una dettagliata sperimentazione dei materiali e della tecnica, l’autore è in grado di creare in pochi secondi delle opere d’arte, disegnando per superfici invece che per linee.

Il marchio della Regione Lombardia
Nel 1974 – insieme a Bob NoordaPino Tovaglia e Roberto Sambonet – Munari progettò il marchio e l’immagine coordinata della Regione Lombardia.

Nel 1974, su proposta dell’allora assessore alla cultura della Regione Lombardia Alessandro Fontana, fu scelto il disegno stilizzato della Rosa Camuna come simbolo della regione. Si tratta di un segno particolarmente presente tra le incisioni rupestri della Valcamonica, che risalgono all’età del ferro (primo millennio a. C.), epoca in cui la valle era appunto abitata dai Camuni.

L’incisione rupestre della Rosa Camuna si presenta spesso associata a guerrieri che sembrano danzare attorno a essa per difenderla dall’aggressione di nemici armati. Alcuni studiosi pensano che il simbolo sia stato diffuso attraverso il contatto tra varie popolazioni, fino ad arrivare in Valcamonica, anche se il suo significato è tuttora fonte di dibattito. Addirittura alcuni studiosi suggeriscono che la Rosa Camuna avesse in origine un significato legato al sole, sviluppatosi poi in un simbolo più ampio di portafortuna.

Fonti e approfondimenti

  • AA. VV. (Marco Sammicheli, Giovanni Rubino), Munari politecnico. «Fare dell’arte con qualunque mezzo», Nomos Edizioni, 2015.
  • AA.VV. (Ufficio Propaganda e Pubblicità della Campari, a cura di), Campari. Pubblicità dal 1964 al 1969, Milano, 1970.
  • David A. Carter, Le sculture da viaggio di Munari, Corraini, 2019.
  • Luigi Di Corato, “Bruno Munari illustratore e grafico futurista: 1927-1933”, in: Il presente si fa storia. Scritti in onore di Luciano Caramel, a cura di Cecilia de Carli e Francesco Tedeschi, Vita e Pensiero, Milano 2008.
  • Bruno Munari, Artista e designer, Laterza, 2017.
  • Gillo Dorfles, Movimento Arte Concreta (1948-1958), Mazzotta, 2010.
  • Bruno Munari, I Prelibri, Corraini, 2002.
  • Bruno Munari, Libro illeggibile. Codice ovvio, Corraini, 2017.
  • Bruno Munari, Bruno Munari Xerografia. Documentazione sull’uso creativo delle macchine Rank Xerox, Rank Xerox, 1970.
  • Bruno Munari, Bruno Munari. Opere, Mondadori Electa, 1988.
  • Bruno Munari, Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, 1977.
  • Aldo Tanchis, Bruno Munari, Idea Books Edizioni, Milano, 1986.
  • bompiani.it
  • einaudi.it
  • exibart.com
  • il poema del vestito di latte
  • munart.org
  • riccardoricascastagnedi.it