Arte e grafica in epoca Postmoderna

Arte Postmoderna
Emerso in Europa e negli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni ’70, il Postmoderno racchiude movimenti diversi, come la Transavanguardia italiana, il Neo-espressionismo tedesco, il Neo-manierismo, il Neo-minimalismo, il Neo-concettualismo, il Simulazionismo, la Pittura colta, ecc.
In confronto all’idea di progresso, sviluppo e innovazione delle avanguardia, l’arte postmoderna difende la cultura popolare, l’ibridazione; è caratterizzata da eclettismo, mistificazione, il passare liberamente da uno stile all’altro, prendendo elementi stilistici del passato, ecc. Così come l’avanguardia si basa sull’innovazione, la sperimentazione e l’evoluzione, il postmoderno mescola le forme e gli stili artistici del passato, creando un miscuglio di stili, cadendo nella ripetizione e nella reinterpretazione.
L’artista postmoderno è quindi libero di muoversi in qualsiasi epoca o stile del passato, prendendo liberamente spunto da altri artisti.

Di solito le opere postmoderne sono figurative, ma non rifiutano anche influenze astratte o con riferimenti iconografici, con un gusto per il frammentario. Si tratta di artisti che ricorrono indistintamente all’arte classica, alle avanguardie artistiche e anche ai movimenti artistici immediatamente precedenti a loro. Mescolano le immagini della tradizione con fumetti, graffiti, immagini pubblicitarie o dei mezzi di comunicazione di massa. Si avvalgono anche di tutti i tipi di medium artistici, dai tradizionali a quelli derivati dalla nuova tecnologia. Tutto questo è reinterpretato in modo soggettivo e personale, senza cercare di evocare una sorta di concetto, o di inviare per forza un chiaro messaggio. Si tratta di artisti che prendono l’arte come un oggetto fine a sé stesso e non come un veicolo di trasmissione di una realtà culturale.

Se durante le Avanguardie – e nel Modernismo in generale – si sperava di portare alla luce i fondamenti universali e dell’arte, il movimento postmoderno mira invece a metterli in crisi, ad abbracciare la diversità e la contraddizione. Il postmoderno rifiuta così la distinzione tra forme d’arte alta e bassa, e l’artista è sua volta libero di combinare elementi o stili anche in modi contrastanti. Si tratta di uno “stile” spesso caratterizzato da citazionismo, ecletticismo, collage, l’ironia, ornamento, riferimenti storici, appropriazione dei mezzi di comunicazione popolari. A differenza dell’arte moderna, l’arte postmoderna non considera le differenze e le diversità come qualcosa di difettoso o indesiderabile, ma anzi le ricerca.

Il Postmodernismo in grafica
«L’unico principio che non inibisce il progresso è: qualsiasi cosa può andar bene
(Paul K. Feyerabend, Contro il metodo, 1975)

Gli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo vedono il predominio nel mondo occidentale della grafica realizzata secondo i principi dello Stile Internazionale. Organizzata, codificata, associata in particolare alla comunicazione istituzionale delle grandi aziende, questa via alla progettazione trova spazio e credibilità anche negli Stati Uniti, fino ad allora il regno della “Big Idea”, cioè di una progettazione all’insegna della creatività.
Già a partire dagli anni ’50 e ’60 emergono però movimenti politici e filosofici che contraddicono questa visione, sfociando nelle aperte contestazioni del 1968. Con la crisi petrolifera del 1973 diventa evidente anche a livello più ampio la fragilità del sistema economico occidentale e compaiono incrinature nella fiducia verso il futuro che aveva caratterizzato l’epoca della grande espansione economica. Su questo terreno si innesta un diverso modo di pensare che avrà conseguenze non solo sulla critica sociale, politica e culturale, ma anche sul design e sulla comunicazione visiva.

In che modo tutto questo influisce sulla comunicazione visiva? Prima di tutto con la messa in discussione della validità delle “regole” della grafica moderna così come viene proposta dalla Neue Grafik svizzera e dai suoi numerosi discepoli. Il primo “attacco” a queste regole viene proprio dall’interno, e si deve a Wolfgang Weingart (1941- vivente). Allievo di Emil Ruder alla Kunstgewerbeschule di Basilea, Weingart prense il posto del suo maestro a partire dal 1968, diventando il fulcro di quella che verrà chiamata la New Wave della comunicazione visiva.

Weingart non elimina le griglie tanto amate dai suoi predecessori: piuttosto le altera, introducendo elementi di rottura o di disturbo, come trattamenti della superficie o texture. In molti casi la griglia viene resa visibile ed è evidente una certa stratificazione; anche il retino stesso della stampa viene ingrandito a dismisura. Weingart sperimenta anche con varie tecniche di stampa, sfruttando le possibilità date dalle pellicole utilizzate per impressionare le lastre di stampa offset.

Più che la sua stessa produzione, è stato soprattutto il suo lavoro come insegnante a dare la misura dell’importanza di Weingart: nei primi anni ’70 designer americani come April Greiman e Dan Friedman – che avevano studiato a Basilea sotto la sua supervisione – finirono per “importare” negli USA l’approccio progettuale del maestro, gettando le basi della Pacific Wave californiana, che si collegò anche agli spunti offerti dalle nuove possibilità offerte dai mezzi digitali.
Sia Greiman che e Friedman ampliarono il discorso iniziato da Weingart attingendo a un’iconografia popolare, colorata e “pop”, che rende il loro lavoro estremamente caratteristico e più americano. Altri designer significativi di questo periodo sono stati lo svizzero Willi Kuntz e Michael Bierut.

April Greiman (1948-vivente) è nata e cresciuta a New York ed è considerata una dei più importanti graphic designer della sua generazione. La sua storia è particolare: oltre ad essere stata riconosciuta come uno dei primi designer che hanno abbracciato le nuove tecnologie informatiche come strumento di progettazione, la Greiman è stata – insieme al suo primo collaboratore Jayme Odgers – la principale importatrice dello stile europeo New Wave negli Stati Uniti, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.
Attualmente la Greiman è a capo della sua agenzia grafica a Los Angeles: Made in Space. La sua arte intreccia la tradizione grafica svizzera con il postmodernismo della west coast statunitense. La Greiman considera il nominativo di “graphic designer” troppo limitante e preferisce definirsi una “artista transmediale”.

Educatore, grafico e designer di mobili, Dan Friedman è nato a Cleveland, Ohio, nel 1945. Ha conseguito un BFA al Carnegie Institute of Technology di Pittsburg, Pennsylvania. Friedman ha continuato poi a studiare grafica alla Hochschule fur Gestaltung di Ulm per poi approdare a Basilea, con Armin Hofmann e Wolfgang Weingart presso la Kunstgewerbeschule.

Dopo gli studi in Svizzera, ritornò in America nel 1969 e iniziò la sua carriera come grafico per grandi aziende. Lavorò con la ditta Anspach Grossman Portugal, come Senior Designer, dal 1975 al 1977.
Ha insegnato graphic design all’Università di Yale dal 1970 al 1973 ed ja lavorato come Assistant Professor e Presidente del Board of Study in Design presso la State University di New York.
Friedman ha lavorato nello studio Pentagram a New York City dal 1979 al 1984, progettando programmi di identità aziendale, pubblicazioni di poster, packaging, carta intestata e loghi, per clienti come Citibank e Williwear. Friedman fu anche amico di lunga data dell’artista Keith Haring e progettò il libro “Keith Haring”, 1982. Numerosi sono anche i suoi progetti di industrial design: tra i suoi progetti più noti ricordiamo la Virgin Screen del 1989, il divano e la sedia Zoid del 1989 e le lampade Three Mile Island. Friedman ha lavorato presso la Cooper Union School di New York City, dal 1994 fino alla sua morte avvenuta nel 1995.

Appropriazione, riciclo e citazione
Negli anni Ottanta la grafica e le arti visive in generale vedono il recupero del cosiddetto vernacular, ovvero la produzione visiva popolare spontanea o il linguaggio della pubblicità commerciale “di basso livello”.
Gli artefatti che ne derivano tendono a non differenziarsi da quelli che li hanno ispirati, se non per i contenuti. Il lavoro di Art Chantry e di Tibor Kalman ricorre spesso a questo tipo di espediente.

Esempio interessante di una grafica che ha rivalutato e si è appropriata di elementi passati, è Katherine McCoy (1945), designer e docente alla Cranbrook Academy of Art, in Michigan (USA). La McCoy è una graphic designer americana e docente, conosciuta soprattutto per il suo lavoro come copresidente del corso di studi in Graphic Design alla Cranbrook Academy of Art. Nella sua intensa carriera, la McCoy ha lavorato per molte aziende e studi grafici tra cui lo studio Unimark, Chrysler Corporation, e MIT Press. Ha anche partecipato alla creazione di High Ground, un’azienda-laboratorio creata per designer professionisti.

«Le idee emergenti enfatizzavano la costruzione del significato tra il pubblico e l’oggetto di graphic design, una transazione visiva che va in parallelo con la comunicazione verbale. […] Nuove espressioni esploravano la relazione tra testo e immagine e i processi di lettura e visione, con testi e immagini pensati per essere letti nel dettaglio e decodificati.»
(Katherine e Michel McCoy, 1990)

Fonti e approfondimenti

  • Achille Bonito Oliva, La transavanguardia italiana, Skira, 2012.
  • Liz Farrelly, Tibor Kalman: Design and Undesign, Watson-Guptill, 1998.
  • Rudi Fuchs, Georg Baselitz: A Focus on the 1980s, Galerie Thaddeus Ropac, 2020.
  • April Greiman, Liz Farrelly, April Greiman: Floating Ideas into Time and Space, Watson-Guptill Pubns, 1998.
  • Owen Hopkinsm, Postmodern architecture. Less is a bore, Phaidon, 2020.
  • Julie Lasky, Some People Can’t Surf: The Graphic Design of Art Chantry, Chronicle Books, 2001.
  • Gordon Salchow, About Design: Insights + Provocations for Graphic Design Enthusiasts, Allworth, 2018.
  • Rudy Vanderlans, Emigre No. 67: Graphic Design vs. Style, globalism, criticism, science, authenticity and humanism, Princeton Architectural Pr, 2004.
  • aiga.org
  • cranbrookart.edu