Espressionismo astratto e Informale: la grafica d’arte

Probabilmente in seguito all’influsso dei regimi totalitari instauratisi in Europa negli anni ’30 del XX secolo, il panorama artistico internazionale conobbe un generale ritorno al figurativo. In Italia, ad esempio, si formarono due fazioni: i Realisti e i Formalisti; i primi, capeggiati soprattutto da Renato Guttuso, proponevano un’arte impegnata nella realtà sociale del tempo, i secondi (Pietro Consagra, Achille Perilli, Piero Dorazio, ed altri) pretendevano una maggior autonomia artistica, rivendicando il diritto a ricerche formali e stilistiche più personali. Accanto a queste e ad altre tendenze comparve sulla scena artistica internazionale l’Espressionismo astratto americano, successivamente definito Informale in Europa.

Il termine “Espressionismo astratto” si deve allo storico Alfred Hamilton Barr che lo coniò nel 1929 a commento di un quadro di Wassily Kandinsky. Il termine fu ripreso in seguito dal critico Robert Coates nel 1946, ed applicato all’arte americana di quel periodo. Questa corrente artistica prende il suo nome dalla combinazione dell’intensità emotiva ed espressiva, tipica degli espressionisti, con l’estetica anti-figurativa dei pittori astratti.
Il ventennio che va dal 1930 al 1950 è significativo per la grande emigrazione di artisti europei verso gli Stati Uniti ed il conseguente spostamento del baricentro artistico da Parigi a New York. È proprio intorno al 1950 che il critico francese Tapié conia il termine “Informale”, intendendo una pittura fondamentalmente astratta e soprattutto priva di forma. Nella realtà dei sensi umani è “forma” tutto ciò che ha un contorno atto a definire le sue caratteristiche visive e tattili. Anche in certa arte astratta – soprattutto nelle correnti geometriche – si costruisce un’opera tramite l’organizzazione di forme, che sono sì non più imitate dalla natura, ma che comunque nascono nell’immaginazione dell’artista, e quindi ogni opera risente comunque della forma. L’Informale, rifiutando alla base il concetto di forma, si differenzia quindi dalla “semplice” arte astratta.

Oggi si tendono ad individuare nell’ambito dell’arte informale tre correnti principali: l’Informale gestuale, l’Informale segnico e l’Informale materico.

Informale gestuale
Anche definito action painting, si sviluppò soprattutto negli USA; il suo maggiore rappresentante (sicuramente il più famoso) è stato Jackson Pollock ma vanno anche ricordati Willem de Kooning e Franz Kline. Attorno al 1946 Pollock iniziò ad eseguire le sue opere con una tecnica pittorica consistente nello spruzzare e far gocciolare i colori sulla tela senza procedere ad alcun intervento manuale diretto sulla superficie pittorica: il cosiddetto dripping. Le immagini ottenute si presentano come un caotico intreccio di segni colorati stratificati, in cui non è possibile riconoscere alcuna forma.

Informale materico
Sempre intorno al 1945, ma in Europa, il pittore francese Jean Fautrier iniziò ad inserire nei suoi quadri materiali plastici che emergevano dalla superficie del quadro, rompendo così il confine tra immagine bidimensionale e immagine plastica. Questo tipo di pittura è stato appunto chiamato “Informale materico”: ad essa aderirono pittori come Jean Dubuffet, Antoni Tápies e l’italiano Alberto Burri. Quest’ultimo è stato probabilmente l’artista che – insieme a Lucio Fontana – ha dato il maggior contributo italiano al panorama artistico internazionale del secondo dopoguerra.

Informale segnico
È un genere di pittura che ha appunto come protagonista il “segno”. Questo può presentarsi come una piccola impronta, priva di forma, oppure come un’entità più complessa e caratteristica. Può trovarsi sulla tela isolato, disposto in sequenza più o meno irregolare, o ancora organizzato in una fitta trama. Il segno può scaturire da un impulso istintivo, quasi automatico, oppure essere il frutto di un lavoro più calcolato; in entrambi i casi si tratta di un segno autonomo da ogni normale codice espressivo, ma proprio per questo dotato di nuove valenze allusive.

Alberto Burri (1915-1995)
L’umbro Alberto Burri si laureò in Medicina nel 1940 e tenne la sua prima mostra personale nel 1947, con opere ancora dal carattere figurativo. Nel 1948 propose per la prima volta opere astratte che, con le loro forme, rivelavano alcune affinità con il linguaggio dei surrealisti Arp, Klee e Miró. Successivamente iniziò a elaborare i primi catrami in cui le qualità dei materiali (olio, catrame, sabbia, vinavil, pietra pomice e altri materiali) cominciavano a prendere il sopravvento sulla semplice organizzazione formale della composizione.

Anche se decisamente più famoso per le sue opere pittoriche, Burri fu molto attivo nella grafica d’arte. Si dedicò alla stampa sin dagli anni ’50 con lo stesso atteggiamento e rigore che lo accompagnarono per tutta la sua vita d’artista, e nel 1973 l’artista umbro ricevette il premio Feltrinelli per la grafica. Gli anni tra il 1960 e il 1980 furono un periodo di grande sperimentazione e ricerca di un linguaggio proprio nella stampa, dove i cretti e le combustioni delle sue tele vennero portati sulla carta attraverso particolarissimi accorgimenti di lavorazione della lastra e dei processi di stampa. Combustione del 1964 è stata stampata mediante l’utilizzo di tre lastre di rame, sovrapposte al fine di ricreare visivamente l’effetto tridimensionale della bruciatura. Quest’opera rappresenta forse uno dei massimi risultati della collaborazione tra Burri e la Stamperia d’Arte 2RC.

17 Variazioni su temi proposti per una pura ideologia fonetica è il primo libro illustrato di Burri e comprende tre sue opere originali: una copertina dipinta che incorpora al disegno la foglia d’oro; un disegno a penna e inchiostro, anche con foglia d’oro, e un collage composto da frammenti di tessuto parzialmente bruciati. Ogni copia dell’edizione (di novantanove esemplari) possiede quindi varianti uniche in ciascuno di questi elementi. L’esemplare custodito al MOMA di New York è l’unico che risulta ancora completamente intatto.

Jean Fautrier (1898-1964) fu un pittore e scultore francese, nonché uno degli artisti più importanti dell’Informale materico. Dopo la morte di suo padre, Fautrier si trasferì con sua madre a Londra, dove studiò in alcune scuole d’arte. Presto deluso dall’insegnamento impartito, Fautrier decise di lavorare da solo e ritornò in Francia. Nel 1923 l’artista realizzò la sua prima incisione mentre risale al 1924 la sua prima mostra personale. L’anno successivo, il mercante d’arte Paul Guillaume acquistò alcuni dipinti di Fautrier, che firmò con lui un contratto di collaborazione. Nel 1928, incontrò André Malraux e la casa editrice Gallimard, che gli chiese di illustrare un testo poetico, in vista di un’eventuale collaborazione. Fautrier scelse “l’Inferno” di Dante creando 34 litografie a colori. La crisi economica colpì duramente il mercato dell’arte negli anni ’30 e Guillaume ruppe il contratto con Fautrier. Tra il 1934 e il 1939 l’artista partì quindi per le Alpi e lavorò come professore di sci e gestì persino una sala da ballo. Nel 1940, tornato a Parigi, Fautrier sentì l’esigenza di tornare a dipingere e si sistemò in un laboratorio che fu utilizzato anche come luogo di incontro con i suoi amici resistenti.

Fautrier fu grande un appassionato di stampa d’arte e realizzò molti libri illustrati. Orenoque di Robert Ganzo (12 acqueforti e acquetinte), Lespugue sempre di Ganzo (11 litografie a colori) , Madame Edwarda di George Bataille (31 incisioni). Nello stesso periodo dipinse i famosi Otages, che furono esposti alla Gallerie Drouin nel 1945. Del 1947 è invece la pubblicazione di Alleluiah di George Bataille, un libro illustrato con 18 litografie, e di La femme de ma vie di André Frénaud. Quest’ultimo è un libro illustrato con cinque acquaforti e acquatinti, stampate a rilievo; un’incisione e acquatinta, stampata in rilievo, piegata e montata su pizzo; e il testo in heliogravure.

Wols (1913-1951)
Alfred Wolfgang Schulze, che assumerà in seguito lo pseudonimo di Otto Wols, nacque a Berlino nel 1913. Nel 1931 si dedicò alla fotografia a Dresda presso Genja Jonas. L’anno seguente intraprese degli studi di etnologia a Francoforte e si iscrisse al Bauhaus di Berlino, dove si legò a Mies Van der Rohe e Moholy-Nagy. Arrivò a Parigi nel 1933, lavorando come fotografo per guadagnarsi da vivere, e qui conobbe i surrealisti, Mirò, Ernst, Calder, Tanguy, Brauner, e Tzara. Nel 1936 tenne la sua prima mostra personale e risale all’anno successivo la scelta del suo nome d’arte: Otto Wols. Nel ’38 l’artista decise di fare della sua vita un’opera d’arte totale, legando fra loro arte, scienza, filosofia e vita; Wols diventò l’amico di Sartre, di Jean Paulhan e di Merleau-Ponty. Durante la guerra, a causa del suo statuto di immigrante tedesco, fu costretto in un campo di internato civile (dal settembre 1939 al Natale 1940). Durante questo internamento, Wols produsse una enorme quantità di acquarelli e di disegni che testimoniano la vita nel campo. Venne rilasciato il 29 ottobre 1940, dopo essersi sposato con una cittadina francese; nonostante ciò, uscì da questa esperienza distrutto e cadde in una depressione da cui non riuscì più a ristabilirsi. Nel ’42 Otto Wols si rifugiò a Dieulefit, ma malgrado la protezione di Henri-Pierre Roché, sprofondò nell’alcool: la sua pittura diventò brutale, automatica, esistenziale. Morì a Parigi nel 1951.

Wols sperimentò un gesto pittorico molto vicino ai graffiti, ai disegni dei bambini e agli scarabocchi spontanei. Nel 1937 ricevette l’incarico di documentare con un reportage il Pavillon de l’Elégance et de la Parure all’Exposition Universelle de Paris. Le sue fotografie d’interni e di moda furono vendute come cartoline postali ed anche riprodotte in molte riviste internazionali di moda facendogli acquisire una certa fama. Le stampe di Wols comprendono un totale di 53 puntesecche realizzate tra il 1945 e la sua morte (1951). Quasi la metà delle sue incisioni furono stampate per illustrazioni di libri di autori, tra cui Jean-Paul Sartre, Tristan Tzara, e René de Solier.

Il processo di graffiare direttamente sulla matrice con un ago per puntasecca si adattava bene allo stile compulsivo di Wols. Le sottili linee graffianti con la loro caratteristica barba catturavano tutti i dettagli del suo microcosmo e delle forme che lo animano.

Emilio Vedova
Nacque a Venezia nel 1919 e morì nella stessa città nel 2006. Formatosi nell’ambito dell’espressionismo, operò inizialmente in contatto con il gruppo di Corrente (1942-’43), con cui collaboravano anche Renato Guttuso e Renato Birolli. Vedova iniziò a dipingere e a disegnare come autodidatta guardando soprattutto a Tintoretto. Nel 1935 eseguì numerosi disegni che anticipano la sua pittura informale degli anni ’50. Durante i primi anni ’50 sviluppò uno stile gestuale facendo uso di colori fortemente contrastanti soprattutto neri, e di larghe pennellate. Fece parte del Gruppo degli Otto di Lionello Venturi (1952) composto da, oltre lui, Afro, Birolli, Corpora, Santomaso, Morlotti, Moreni, Turcato, passando dal primo neocubismo delle “geometrie nere” a una pittura le cui tematiche politico-esistenziali trovarono via via espressione in una gestualità automatica e astratta.

Vedova si dedicò molto anche all’arte grafica. Importanti sono le litografie stampate per Ciclo della protesta e Immagine del tempo, 1958-1959, oltre a cui sono da ricordare: la cartella Presenze (6 litografie, di cui una a due colori, del 1960), Per la Spagna del 1961 (tre litografie a 2 colori), De America (5 incisioni all’acquaforte del 1971) e il libro del 1960 Drei Welten (10 litografie).

Jean Dubuffet (1901–1985)
È stato un pittore francese, oltre che scultore, incisore, collezionista e scrittore. Era ribelle di natura e quindi restìo a ogni forma di disciplina, sia verso l’autorità sia nei confronti delle arti e la cultura “ufficiali” in generale.
Lasciò la casa dei genitori a 17 anni, non riuscì a completare la sua educazione artistica e per molti anni vacillò tra la pittura e il lavoro presso l’azienda vinicola di suo padre. Divenne un propagandista di successo, noto per i suoi attacchi al conformismo e alla cultura dominante, che descriveva come “asfissianti”. Era attratto dall’arte dei bambini e dei malati di mente e fece molto per promuovere il loro lavoro, promulgando la nozione di Art Brut. All’inizio degli anni ’60 sviluppò uno stile grafico radicalmente nuovo, che chiamò Hourloupe, anche se è maggiormente conosciuto per le superfici spesse e graffiate dei suoi lavori sviluppati tra gli anni ’40 e gli anni ’50.

Espressionismo astratto
Gli anni ’40 e ’50 del ’900 costituirono una chiave di volta per la scena artistica statunitense, con lo spostamento della leadership artistica da Parigi a New York e la nascita di uno dell’Espressionismo Astratto, le cui correnti principali erano l’Action Painting di Jackson Pollock, Franz Kline, Sam Francis e Willem De Kooning e la Color Field di Mark Rothko, Clifford Still, Barnett Newman e Ad Reinhardt, questi ultimi interessati più che altro alla determinazione dello spazio attraverso la stesura del colore.

Jackson Pollock (1912-1956)
Indisciplinato fin da giovane, Pollock ebbe modo di entrare a contatto con i nativi americani mentre accompagnava il padre agrimensore ad effettuare i rilevamenti. Nel 1929, con il fratello Charles, Jackson si trasferì a New York, dove entrambi diventarono allievi del pittore Thomas Hart Benton (1889-1975) alla Art Students League. La predilezione di Benton per i soggetti ispirati alla campagna americana non fece una grande presa su Pollock, ma il suo ritmico uso del colore e il suo fiero senso di indipendenza ebbero invece su di lui un’influenza duratura. Pollock fu introdotto all’uso del colore puro nel 1936, durante un seminario sperimentale tenuto a New York dal muralista messicano David Alfaro Siqueiros. Aveva quindi usato la tecnica di versare il colore sulla tela per realizzare quadri come Male and Female e Composition with Pouring I. Dopo essersi trasferito a Long Island iniziò a dipingere stendendo le tele sul pavimento del suo studio e sviluppando quella che venne in seguito definita la tecnica del dripping. Per applicare il colore si serviva di pennelli induriti, bastoncini o anche siringhe da cucina.
Pollock produsse saltuariamente stampe durante  tutta la sua carriera, avvalendosi delle competenze di conoscenti che avevano familiarità con le tecniche di stampa. Poiché la maggior parte delle sue litografie, incisioni e serigrafie erano di tipo sperimentale e non pubblicizzate, questo aspetto del suo lavoro è poco conosciuto. Le grafiche stampate da Pollock ammontano a quasi cinquanta composizioni in tutto, e mostrano una continua evoluzione, come la sua pittura.

Il maggior influsso sulla grafica di Pollock venne da Atelier 17, un impianto di stampa stabilito da Stanley William Hayter a Parigi, che si trasferì poi a New York durante la seconda guerra mondiale.

È stato proprio nell’Atelier 17 che Hayter mise a punto un metodo di incisione particolare, sviluppato ispiradosi alla scrittura automatica surrealista dove emergono pensieri e desideri profondi del subconscio. Le incisioni di Pollock mostrano non solo il suo interesse per il disegno automatico surrealista, ma anche per  l’immaginario totemico del sud-ovest americano, gli archetipi della psicoanalisi, e il lavoro di artisti come Joan Miró e Pablo Picasso.

La grafica di Pollock di quel periodo è un esempio perfetto di quel regno tra rappresentazione e astrazione che ritroviamo dalla metà degli anni ‘40 anche sulle sue tele, nel passaggio tra surrealismo ed espressionismo astratto.

Willem de Kooning (1904-1997)
fu uno dei più autorevoli pittori espressionisti astratti della Scuola di New York. Nato in Olanda, emigrò negli Stati Uniti nel 1926 e inizialmente lavorò come grafico pubblicitario e pittore di insegne, ma ben presto fu coinvolto nel gruppo attivo di artisti e intellettuali che si concentrarono nel suo quartiere (Greenwich Village). De Kooning fece incursioni sperimentali nella grafica d’arte in vari momenti della sua carriera: nel 1943 lavorò presso Atelier 17, nel 1957 creò una incisione per un progetto di libro illustrato, nel 1960 produsse due grandi litografie presso l’Università della California a Berkeley in un solo giorno, e nel 1966 contribuì con una litografia per un portfolio pubblicato da un suo amico, il maestro stampatore Irwin Hollander.

Gli anni ’70 furono un periodo estremamente intenso e produttivo per la stampa di De Kooning. Appena tornato dal Giappone, l’artista fu molto ispirato dalla calligrafia e la pittura a inchiostro Sumi, e pensò che la litografia potesse essere un mezzo adeguato per rendere queste idee in stampa. Eseguite in bianco e nero, le 24 litografie realizzate durante il suo anno di collaborazione con Hollander sono dense di riferimenti figurativi che si dissolvono nella pennellata gestuale, in gocciolamenti e spruzzi. Minnie Mouse si riferisce scherzosamente al suo più noto corpo di lavoro, le sue donne, che di solito sono raffigurate in modo più aggressivo. Con il titolo, l’artista ci fornisce un indizio, si possono quindi notare i tacchi bianchi del personaggio dei cartoni animati.

Le immagini più note di Franz Kline (1910-1962), nativo della Pennsylvania, spesso suggeriscono ampi gesti eseguiti velocemente, che riflettono gli impulsi spontanei dell’artista. Eppure Kline raramente dipingeva in modo irruento o automatico, come si potrebbe pensare. Alla fine del 1940, dopo aver proiettato alcuni dei suoi numerosi disegni sul muro, trovò che le loro linee, se ingrandite, guadagnavano in astrazione e in forza. Questa scoperta ispirò tutta la sua successiva attività: infatti molte tele riproducono un disegno su una scala molto più grande, fondendo l’improvvisazione con l’intenzionalità, il dettaglio con la monumentalità.

Kline partecipò con altri artisti, tra cui De Kooning, a un’edizione contenente 21 stampe che accompagnavano poesie. L’edizione limitata completa risale al 1960 e fu concepita dall’artista e incisore Peter Grippe (1912-2002) nel 1951 quando assunse la direzione di Atelier 17. Questo progetto di incisione, forse il primo del suo genere negli USA, intendeva unire arte e poesia. Poeti e artisti invitati per questa storica collaborazione lavorarono a stretto contatto. Ogni stampa integra strettamente testo e immagine, inclusa una poesia scritta a mano dall’autore, e immagini create attraverso una vasta gamma di tecniche di stampa innovative. Per i poeti, che trasferirono a mano le proprie poesie sulla lastra di rame, si trattò sicuramente di un’esperienza ardua ma esaltante; un errore significava ricominciare da capo, scrivendo al contrario.
Nel 1954 l’Atelier 17 fu sciolto ma Grippe continuò a lavorare con gli
artisti nel proprio studio. Le stampe furono finalmente completate nel 1960, quasi dieci anni dopo il concepimento del progetto. 21 Etchings and Poems non è solo un punto di riferimento per la grafica d’arte americana alla metà del XX secolo, ma è un lavoro unico nel suo genere, includendo diversi scrittori e artisti degli anni ’50.

Pittore e scultore newyorchese, Barnett Newman (1905-1970) si iscrisse nel 1922 all’Art Students League e l’anno seguente al City College di New York, mentre già nel 1931 iniziò ad insegnare arte nelle scuole pubbliche della città. Nel 1947, insieme a Mark Rothko e Clyfford Still, organizzò la mostra The Ideographic Picture alla Betty Parsons Gallery, dove vendette la sua prima opera. L’anno seguente dipinse Onement I (1948), un’opera di rottura che influenzò gli anni di maggior produttività dell’artista, e pubblicò il saggio The Sublime is now, nel quale parla di un’arte nuova non soggetta all’influenza europea. Nel 1962 una mostra alla Allan Stone Gallery a New York, celebrò Barnett Newman e Willem de Kooning come i fondatori della nuova pittura americana. Nel 1964 Newman si recò per la prima volta in Europa, visitando l’Inghilterra, la Svizzera, la Germania e la Francia e l’anno seguente fu l’artista principale di una mostra che rappresentava gli Stati Uniti alla Biennale d’arte di São Paulo.

Newman si disse “affascinato” dalla litografia e dalle varie possibilità offerte dai diversi inchiostri e dalle carte. Nel decennio finale della sua vita divenne un incisore estremamente produttivo, creando circa quaranta stampe con una grande varietà di mezzi.

Markus Rotkowičs, più noto come Mark Rothko (1903-1970), è stato un pittore statunitense originario della Lettonia. Nel 1913 lasciò il paese natale per trasferirsi con la famiglia a Portland, in Oregon. Tra il 1921 e il 1923 frequentò l’università di Yale, a New Haven, nel Connecticut. L’anno successivo abbandonò gli studi per trasferirsi a New York e nel 1925 studiò all’Art Students League. La sua prima esposizione risale al 1928 presso una collettiva alla Opportunity Galleries di New York. Negli anni seguenti intesse una profonda amicizia con altri grandi artisti del calibro di Milton Avery e Adolf Gottlieb. Nel 1933 tornò a Portland per organizzare la sua prima personale, a cui seguì lo stesso anno un’altra personale a New York, presso la Contemporary Arts Gallery. Nel 1935 fu uno dei fondatori del gruppo The Ten, rivolto soprattutto a ricerche nell’ambito dell’astrazione, mentre tra il 1936 e il 1937 conobbe Barnett Newman e cominciò una stretta collaborazione con Gottlieb, sviluppando uno stile pittorico dal contenuto mitologico, figure piatte e derivate dal linguaggio artistico primitivo. Intorno al 1945 avvicinò il suo stile alle tecniche e alle immagini del surrealismo e, grazie a Peggy Guggenheim, poté allestire una personale alla galleria Art of This Century di New York.

Il suo lavoro si concentrò sulle emozioni di base, spesso riempendo grandi tele di canapa con pochi colori intensi e solo piccoli dettagli immediatamente comprensibili. Per questo può anche essere considerato precursore del Color Field. È infatti tra la fine degli anni quaranta e l’inizio degli anni cinquanta che Rothko sviluppò il suo stile maturo, con luminosi rettangoli colorati che sembrano stagliarsi sulla tela librandosi al di sopra della sua superficie, come in Number 10.

Eliminando le figure e le immagini organiche che dominavano i suoi dipinti precedenti, alla fine del 1940 Rothko iniziò a concentrarsi sul rapporto tra spazio e colore nei dipinti. In Number 1 Rothko applicò strati sottili di vernice sulla tela per creare una moltitudine di forme irregolari che fluttuano sul piano del quadro. Le grandi dimensioni della composizione e l’astrazione delle figure mostrano già la direzione verso il Color Field, che Rothko portò avanti un anno dopo aver completato questo lavoro.

Rothko lavorò su carta per tutti gli anni ’50 e ’60, spesso montando i dipinti – eseguiti in acrilico, olio, acquarello o una combinazione di questi – su pannelli o tele. Dopo una malattia debilitante si dedicò quasi esclusivamente alla pittura su carta dal 1968 fino alla sua morte, avvenuta nel 1970.

Fonti e approfondimenti

  • Cesare Brandi e Alberto Burri, Alberto Burri. Opere grafiche 1959-1981, 2RC, 1981.
  • Roberto Budassi, Da Vedova a Vedova. L’opera grafica di Emilio Vedova della Collezione Albicocco, Silvana, 2019.
  • Bonnie Clearwater, Mark Rothko – The works on paper, Hudson Hills Publisher, 1984.
  • Stephen Coppel e Jerzy Kierkuc-Bielinski, American Prints: From Hopper to Pollock, Lund Humphries Pub Ltd, 2008.
  • Carla Esposito, Hayter e l’Atelier 17, Mondadori Electa, 1990.
  • Jean Fautrier. Stampe e disegni, Casagrande, 1994. 
  • F. Lanier Graham, The prints of Willem de Kooning: A catalogue raisonne, 1957-1971, Baudoin Lebon editeur, 1991.
  • Chiara Sarteanesi, Alberto Burri. L’opera grafica permanente, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, 2017.
  • Oliver Wick, Mark Rothko: Arbeiten auf Papier 1930-1969,  Galerie Beyeler, 2005.
  • dubuffetfondation.com
  • moma.org/artists/4675
  • moma.org/collection/works/illustratedbooks