Le tecniche di stampa (1)

La grafica d’arte, o stampa d’arte, raggruppa varie tecniche attraverso le quali si possono creare riproduzioni di un originale, mediante appunto i processi di stampa, tradizionalmente su carta ma anche su altri tipi di supporto.
Con l’eccezione del monotipo – una tecnica di stampa capace di produrre un solo esemplare originale (il termine deriva appunto dal greco mónos “solo, unico” e týpos “impronta, carattere, figura” – le stampe artistiche consistono normalmente in più riproduzioni partendo da un singolo soggetto riportato su una matrice.
I tipi più comuni di matrici includono: lastre di metallo (di solito rame o zinco), usate nelle tecniche calcografiche; la pietra, usata nella litografia; blocchi di legno per la xilografia; linoleum per la linoleografia e vari telai in tessuto per la serigrafia. Esistono comunque anche altri materiali utilizzabili. Scanner e macchine digitali professionali sono invece utilizzati per generare matrici per le stampe Giclée.
Le opere stampate dalla stessa matrice creano una edizione; in tempi moderni ogni opera della stessa edizione viene generalmente firmata e numerata per formare una edizione limitata. Una stampa può anche essere il risultato di varie tecniche combinate tra loro.

Xilografia
La xilografia (woodcut in inglese) è un tipo di incisione cosiddetta “in rilievo”. La matrice è in questo caso costituita da una tavola in legno; quest’ultima viene detta di “filo” se la tavola è tagliata longitudinalmente rispetto al tronco oppure di “testa” se tagliata trasversalmente. Il primo tipo di supporto dà incisioni più morbide e meno precise, mentre le matrici di legno di testa sono normalmente fabbricate unendo insieme diversi tasselli selezionati, compatte e prive di venature, e possono essere incise con linee molto sottili e ravvicinate, producendo disegni anche molto dettagliati.
Il disegno sulla tavola è realizzato quindi in rilievo. Le parti scavate con un particolare strumento detto sgorbia risulteranno alla stampa bianche mentre quelle in rilievo risulteranno nere, o del colore che si vorrà utilizzare in fase di stampa.

Incisione di una matrice xilografica


Le prime stampe su carta ricavate da matrici in legno incise furono realizzate in Cina e risalgono già all’VIII secolo. In Europa, sulla base di alcuni documenti, si deduce che la produzione delle prime xilografie (semplici figure di santi e carte da gioco) debba risalire tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV.

Momenti d’innovazione nella tecnica xilografica si ebbero alla fine del Settecento – con l’affermarsi della nuova tecnica di incisione su legno di testa, che implicò un mutamento radicale di linguaggio incisorio – e in seguito alla fine del XIX secolo, con le incisioni su legno di Paul Gauguin, che hanno dato inizio alla xilografia moderna.

Calcografia
La calcografia o stampa calcografica è un sistema di stampa ad incisione che comprende varie tecniche.
Le prime notizie sulla calcografia risalgono al 1450 quando a Firenze, primo fra tutti, l’orafo Maso Finiguerra adoperò un procedimento inverso rispetto alla tecnica xilografica.

Le  tecniche calcografiche maggiormente utilizzate sono:

  • bulino,
  • puntasecca,
  • punzone,
  • acquaforte,
  • acquatinta,
  • maniera nera,
  • vernice molle.

Bulino
È il più antico procedimento calcografico e prende il nome proprio dallo strumento adoperato per incidere il metallo.
L’origine di questa tecnica risale alla prima metà del XV secolo e deriva dalla pratica, usata allora dagli orafi, di impiegare il bulino per ottenere incavi nelle lamine metalliche, generalmente d’argento, poi colmati per rendere evidente il disegno con una mistura nera chiamata nigellum (niello). Quando per un controllo del cesello si mise nei solchi al posto del niello una mistura simile di inchiostro denso e si vide che questi lasciavano la loro impronta sulla carta umida si ebbero le prime impressioni a bulino. Successivamente si pensò di stampare su carta le matrici metalliche incise con un torchio a cilindri e solo allora nacque la tecnica a bulino e di conseguenza la calcografia.

Stampa a bulino

Nel XV secolo artisti come Mantegna, Schongauer e Dürer, incisero direttamente le loro immagini sul rame rendendo il bulino un mezzo espressivo pienamente autonomo. Nei secoli successivi la tecnica a bulino fu impiegata prevalentemente per diffondere le riproduzioni di opere d’arte e per quasi tutto l’Ottocento anche per illustrare episodi storici e di costume. Soltanto alla fine del XIX secolo si ridestò un interesse per l’incisione come mezzo espressivo ed il bulino riacquistò la sua autonomia artistica.

Puntasecca
Si ottiene utilizzando una punta di acciaio, generalmente attaccata ad un manico di legno, che traccia segni e incide la lastra con solchi più o meno profondi. Generalmente si adoperano lastre metalliche, ma in tempi più recenti si è utilizzato anche il Plexiglass.

La tecnica della puntasecca con Akua Inks


Si tratta di una tecnica diretta, detta così perché si va direttamente ad incidere e segnare la lastra, senza servirsi di acidi. Controllando la pressione esercitata si controlla la tonalità di colore (generalmente il nero) in stampa: più è profondo il segno e più sarà carica la stampa e viceversa, ottenendo vere e proprie sfumature tramite piccoli segni accostati o sovrapposti. Una volta terminata l’incisione, la lastra viene inchiostrata, e poi ripulita affinché l’inchiostro rimanga solo nelle parti precedentemente incise, collocata sul torchio calcografico e, posandoci sopra il foglio di stampa umido d’acqua, la pressione esercitata dal torchio imprimerà l’immagine sul foglio.

“Punzone” o interassile
Il punzone è una tecnica d’incisone diretta che viene eseguita – come per il Bulino o la Puntasecca – su una lastra di rame o zinco, senza l’intervento di acidi. Per questa tecnica si usa un attrezzo chiamato appunto punzone (in inglese stippling tool) che serve a becchettare la lastra creando una serie di punti che daranno nel loro insieme la figura desiderata, avvalendosi dell’uso di un martelletto. In questo modo si incidono segni di diverse grandezze e profondità che nell’insieme, in stampa, daranno varie tonalità. La cosiddetta becchettatura o punzonatura crea delle barbe sul metallo, come nella tecnica della puntasecca, e queste possono essere lasciate o eliminate a seconda dell’effetto che si vuole ottenere.

Acquaforte
L’acquaforte è una tecnica indiretta in cavo ed è anche una tra le più usate come mezzo espressivo dagli artisti incisori.
L’origine di questa tecnica risale probabilmente già al Medioevo, periodo in cui si usava l’acido nitrico (in latino appunto aqua-fortis) per incidere fregi e decorazioni su armi e armature. Successivamente il nome e la tecnica vennero adottati dagli artisti incisori: questo passaggio risale al periodo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.

Acquaforte con Alberto Zannoni (Fabriano tutorial)

Generalmente si opera con questa successione: la superficie della lastra, dopo essere stata levigata e sgrassata, viene coperta da uno strato sottile uniforme di cera per acquaforte poi annerita con nerofumo (un pigmento nero) per rendere la cera più resistente all’azione degli acidi e più visibili i segni. Con una punta di acciaio leggermente arrotondata si esercita una pressione sufficiente a scoprire il metallo, tracciando i segni che comporranno l’immagine. Protetti i margini e il retro con una vernice o con nastro adesivo si immerge la lastra in una bacinella contenente acido diluito. Gli acidi più in uso sono l’acido nitrico e il percloruro di ferro ma si può usare anche il solfato di rame che risulta molto meno tossico rispetto all’acido nitrico. Quest’ultimo si usa quasi esclusivamente per incidere le lastre di zinco, mentre il percloruro di ferro per quelle di rame e di ottone.

Nell’Ottocento la litografia venne preferita all’acquaforte, finché Corot, Millet e alcuni pittori impressionisti ne riscoprirono le possibilità. Molti artisti del XX secolo, fra cui Picasso e Braque, utilizzarono con notevoli risultati l’acquaforte, ma in particolare essa fu largamente impiegata – per la preferenza accordata al mezzo espressivo grafico – da alcuni artisti espressionisti tedeschi tra cui Kirchner, Klee e Marc.

Vernice molle
Si tratta di una variante particolare dell’acquaforte, nella quale, invece di ricoprire la lastra con una vernice normale, si stende su di essa, per mezzo di un pennello o di un rullo, a calore moderato, un impasto composto di vernice e sego (grasso animale), in modo da renderla più tenera.
Sopra l’impasto si applica un foglio sottile, sul quale l’artista traccia il suo disegno con una matita appuntita. Questo impasto molle, con la pressione della matita, aderisce al rovescio della carta e viene asportato con essa, quando si toglie il foglio.
Questa tecnica è detta anche maniera matita o maniera pastello poiché permette di predisporre una lastra calcografica in modo che dia sulla carta una immagine simile a quella che si ottiene disegnando. Diversi tipi di matite e carte possono dare differenti varietà di effetti, anche se in generale il segno è morbido e delicato. Si tratta di una tecnica nata nel XVIII secolo ad opera di Jean-Charles Françoise (1717-1759) che intendeva imitare il segno granuloso della matita o la morbidezza e lo sfumato del pastello.

Acquatinta
Anche l’acquatinta è un tipo di incisione indiretta e può essere considerata una variante tecnica dell’acquaforte poiché anche in questo caso la corrosione della matrice avviene con l’utilizzo di un acido diluito. Il procedimento è difatti identico, almeno inizialmente, a quello descritto per l’acquaforte ma nella fase finale permette di ottenere effetti simili all’acquerello, ottenuti tramite una granulazione della matrice. Questa si effettua facendo cadere sopra la lastra granelli di bitume (colofonia); la matrice viene poi scaldata permettendo al bitume di attaccarsi alla lastra e formare un fondo più o meno denso.
L’acquatinta è quindi una tecnica di carattere tonale perché anziché formare l’immagine attraverso una serie organizzata di segni, realizza aree di intensità e forma controllata. Per fare ciò si interviene sulla matrice con uno speciale trattamento che riesce a corrodere la superficie della lastra determinando rugosità che trattengono l’inchiostro di stampa; tale rugosità viene detta granitura. La morsura agisce negli interstizi liberi sulla matrice; morsure più prolungate danno fondi più scuri, permettendo così di ottenere diversi toni di grigio.

L’acquatinta con Mario Stefanutti

La maniera nera
La tecnica d’incisione della maniera nera, anche conosciuta col nome di mezzotinto, fu inventata dal tedesco Ludwig von Siegen (1609-1680) ed ebbe il suo maggiore sviluppo nell’Inghilterra del Settecento. La maniera nera arrivò alla sua perfezione formale quando l’incisore Abraham Bloteling (1634-1690) costruì nel 1671 quello che fu considerato in seguito lo strumento classico per la granitura delle lastre a mezzotinto ovvero il rocker (in inglese), o wiegen (per i tedeschi) e berceau (per i francesi).
La maniera nera nacque in un periodo in cui era molto diffusa l’incisione di riproduzione e in quel senso si sviluppò, consentendo tonalità liquide, trasparenze e sfumature finissime con cui era possibile riprodurre e diffondere i soggetti dipinti dai grandi maestri. Ebbe fortuna soprattutto nel XVIII e XIX secolo per poi essere soppiantata decisamente dalle più sofisticate tecniche di riproduzione fotografica. Oggi sono pochi gli incisori che praticano la maniera nera e che ne percorrono i caratteri espressivi in modo autonomo; si tratta infatti di un metodo incisorio particolarmente faticoso e lento.
Per realizzare una stampa alla maniera nera è indispensabile l’uso di una matrice di rame ricotto, accuratamente levigata, su cui fare una preparazione di fondo con il rocker. Questo è una piccola mezzaluna d’acciaio il cui tagliente anziché avere un filo continuo è formato da una acuminata serie di punte. Il rocker è dotato di un manico centrale per l’impugnatura e la sua azione deve essere ondeggiante con un leggero avanzamento in modo da lasciare sul rame piccoli segni puntiformi. La preparazione si ritiene terminata quando non esiste più alcuno spazio della matrice esente dalle tracce del rocker.
La maniera nera inverte il processo creativo consueto dell’incisore il quale normalmente procede nel suo lavoro aggiungendo segno dopo segno. In questo caso si tratta invece di togliere il nero di fondo, procedendo attraverso l’infinita gamma dei grigi fino al bianco. Sulla lastra si agisce direttamente con due strumenti: il brunitoio e per le campiture grandi il raschietto. Il brunitoio è uno strumento di acciaio duro a forma di piccola unghia allungata e liscia, con il quale si abbassano le barbe lasciate sul rame dal rocker. La tiratura che si può ottenere da una lastra incisa in questo modo è composta da non molti esemplari, al massimo una quarantina.

Litografia
La litografia (dal greco lithos, “pietra” e graphìa, da gràphò “scrivo, dipingo disegno, scolpisco”) è anch’essa una tecnica di riproduzione meccanica delle immagini. Il procedimento venne inventato nel 1796 dal tedesco Alois Senefelder (1771-1834) e inizialmente fu chiamata “stampa chimica su pietra” assumendo ben presto la denominazione di “arte litografica” o più semplicemente di litografia.
Si dice che quella della litografia sia stata una scoperta casuale ma che fu comunque preceduta da diversi studi e prove. In ogni caso, cominciò ad essere utilizzata ampiamente già nel 1806 e conobbe subito una rapida diffusione, tanto che già nel 1818 aprirono a Parigi cinque litografie e nel 1831 gli stabilimenti che stampavano con tecnica litografica erano 59. In Francia, Baviera e Russia furono gli stessi governi a sostenerne l’introduzione e lo sviluppo intuendo le potenzialità commerciali della nuova attività.
In campo industriale venne ben presto progettata anche una macchina antenata della stampa offset, che si diffuse rapidamente e con cambiamenti anche sostanziali, come la sostituzione della lastra in pietra con una di zinco.

La stampa litografica

Il XIX secolo vide perciò la diffusione della moderna pubblicità con il poster a colori, con immagini d’impatto, attraverso l’utilizzo di questa particolare tecnica di riproduzione grafica, che permetteva la produzione di immagini velocemente e a basso costo.
Il principio della litografia è estremamente semplice: un particolare tipo di pietra, opportunamente levigata e quindi disegnata con una matita grassa, ha la peculiarità di trattenere nelle parti non disegnate (dette contrografismi) un sottile velo d’acqua, che il segno grasso (detto grafismo) invece respinge. Passando l’inchiostro sulla pietra così trattata, esso è respinto dalle parti inumidite e trattenuto dalle parti grasse. Al torchio, quindi, il foglio di carta riceve solo l’inchiostro che si deposita sulle parti disegnate e non sulle altre.

Stampa litografica @ Edinburgh Printmakers

Serigrafia
Si tratta di una tecnica di stampa che permette di riprodurre una gran varietà di immagini, grafiche o scritte e che ha il vantaggio di poter essere applicata praticamente su qualsiasi supporto o superficie, mediante l’uso di un tessuto (tessuto di stampa, intelaiato), facendo depositare dell’inchiostro su un supporto attraverso le aree libere della stoffa.
Il termine “serigrafia” deriva dal latino seri (seta) e dal greco graphein (scrivere), dato che i primi tessuti che fungevano da stencil pare fossero proprio di seta. Probabilmente furono i Fenici che utilizzarono per primi questa tecnica, che in seguito venne introdotta nell’arte giapponese. Altre opinioni invece credono che fu proprio in Giappone dove la serigrafia fu inventata. Ad ogni modo è sicuramente in Oriente dove la tecnica serigrafica si sviluppò appieno e dove si iniziarono ad utilizzare dei telai in seta, applicando lacche sulla matrice.
La tecnica fu in seguito esportata in Francia. Il processo serigrafico moderno venne ideato dall’inglese Samuel Simon nel 1907. Durante la prima guerra mondiale, la tecnica divenne molto popolare, dato che veniva utilizzata per stampare bandiere e stemmi. È famosissima la serigrafia che ritrae il volto di Marilyn Monroe realizzata da Andy Warhol, a partire da una fotografia di Gene Korman usata per la pubblicità del film “Niagara”, del 1953.

La tecnica serigrafica

Esistono vari modi per preparare uno stencil per la stampa serigrafica. Il più semplice è disegnarlo a mano su carta (o pellicola) nella forma e nella grandezza desiderata, tagliarlo e attaccarlo sul telaio; oppure disegnare il negativo dell’immagine direttamente sul telaio e applicare un materiale riempitivo che diventa impermeabile quando è asciutto sulle parti al di fuori del disegno.
Una tecnica più laboriosa consiste nel disegnare l’immagine con un fluido, aspettare che asciughi e ricoprire completamente il telaio con un materiale impermeabile. Una volta asciutto si può spruzzare dell’acqua sul telaio e le aree precedentemente ricoperte dal fluido verranno ripulite e quindi rese libere per il passaggio dell’inchiostro, lasciando le altre aree coperte. L’intero processo di produzione del telaio di stampa può essere svolto anche con sistemi di incisione diretta del telaio, definiti CTS (Computer To Screen) che hanno il vantaggio di essere processi digitali ripetibili e che non richiedono l’utilizzo di pellicole.

Come detto prima, in serigrafia è possibile stampare praticamente su tutti i materiali, l’unico vero limite è rappresentato dall’irregolarità della superficie su cui si andrà a stampare, mentre esistono innumerevoli tipi di inchiostri, capaci di aderire su diversi materiali.

Andy Warhol stampando a serigrafia

Serigrafie a più colori prevedono l’uso di più matrici (una per colore) e per le quali in fase di stampa è necessario tenere un perfetto “registro di stampa”. La tecnica serigrafica è particolarmente utile e richiesta per dare sicure e intense tonalità di colore; si possono ottenere innumerevoli effetti speciali come rigonfianti, effetti in rilievo, glitter, colori metallizzati, iridescenti, fosforescenti, abrasivi, lucidi, opachi, e termocromici, che impreziosiscono notevolmente lo stampato.

Linoleografia
Detto in inglese linocut. Tipico della stampa a rilievo moderna, è il ricorso a materiali alternativi rispetto al legno per realizzare le matrici di stampa; il più usato è il linoleum. Questo materiale ha il vantaggio di essere economico e presenta una superficie liscia, compatta, che può essere incisa facilmente con le sgorbie. La tecnica di incisione non è diversa rispetto alla xilografia e anche l’aspetto delle stampe è simile; il linoleum è però più facile da lavorare rispetto al legno, poiché non presenta venature ed è relativamente morbido. Il metodo si adatta ad un disegno più spontaneo e corsivo, rispetto a quello eseguito su matrici lignee.

Linocut

Brevettato da Frederick Edward Walton nel 1863, questo materiale fu usato per realizzare matrici per la stampa in rilievo già dai primi anni del XX secolo. Hanno inciso su linoleum, fra gli altri, Kandinsky e Matisse, il quale usò la tecnica nei termini più semplici possibili, con una serie di stampe basate sulla pura linea bianca sul nero, mentre Picasso legò il proprio nome a questa tecnica grazie alle molte stampe a colori prodotte tra il 1958 e il 1964.

Gum print
La gum print, anche detta “stampa alla gomma”, è una tecnica di stampa d’arte simile alla litografia. Rispetto a quest’ultima viene infatti spesso considerata come una versione più “povera”, in quanto sfrutta il processo chimico di reazione che avviene tra il toner nero di una fotocopia e l’uso della gomma arabica, permettendo la realizzazione di una limitata edizione di stampe. Pare che la gum print sia stata utilizzata la prima volta negli USA negli anni ’60, periodo in cui presero forma ricerche artistiche come la mail art o la photocopyart.

La stampa alla gomma

Nella gum print, la matrice consiste in un semplice foglio di carta stampato mediante una stampante o fotocopiatrice con toner nero; il foglio viene quindi preparato sul retro spennelandolo con della gommalacca: questo renderà la matrice atta ad essere inchiostrata e stampata senza rompersi. Il fronte è trattato con gomma arabica, similmente alla litografia, così da permettere all’inchiostro calcografico di aderire solo ai neri, lasciando sgombri i bianchi.

Collotipia
La collotipia è una tecnica di stampa artigianale, ideata nel 1855 da Louis-Alphonse Poitevin simile all’albertotipia (Albertype). La tecnica della collotipia prevede l’utilizzo di una lastra (generalmente di vetro), sulla quale è disteso uno strato di gelatina fotosensibile al bicromato di potassio, che deve essere successivamente sottoposta a cottura per alcune ore per poter essere impressionata dal negativo fotografico dell’immagine da stampare. Segue l’inchiostratura manuale mediante spatola. L’intensità e i contrasti di colore sono determinati dal diverso grado di sviluppo della lastra, modificabile anche durante il procedimento di stampa. Questa tecnica permette di stampare da ciascuna matrice una tiratura ottimale di 300/500 copie. Dopo una certa quantità di passaggi, la gelatina si deteriora facendo perdere di conseguenza all’immagine la sua incisività.

L’Albertype – inventata dal fotografo tedesco Josef Albert nel 1868 – sostituisce la lastra con pietra litografica. L’eliotipia (heliotype), inventata nel 1871 da Edwards, è un altro processo simile.

Collografia
Anche detta collograph, la collografia è una tecnica di stampa che permette la riproduzione di un’immagine utilizzando materiali differenti. Questi consentono di ottenere una matrice da inchiostrare e stampare. L’effetto finale verrà dato dall’impronta che ogni diversa superficie lascerà sul foglio. Si tratta di una tecnica di stampa non incisoria e la matrice si ottiene con un collage di diversi elementi e materiali su una superficie che solitamente è di cartone. È un procedimento che si diffuse particolarmente negli USA dalla metà del XX secolo.

Stampa collograph

Fonti e approfondimenti

  • Lino Bianchi Barriviera, L’incisione e la stampa originale. Tecniche antiche e moderne, Neri Pozza, 1995. 
  • Renato Bruscaglia, Incisione calcografica e stampa originale d’arte. Materiali, procedimenti, segni grafici, Quattroventi, 2019.
  • Ginevra Mariani, Litografia Serigrafia. Le tecniche in piano, De Luca Editori d’Arte, 2006.
  • Ginevra Mariani, Bulino, puntasecca, maniera nera. Le tecniche calcografiche d’incisione diretta, De Luca Editori d’Arte, 2003.
  • Guido Strazza, Il gesto e il segno. Tecnica dell’incisione, Apeiron Editori, 2016.
  • Susan Yeates, Learning Linocut: A Comprehensive Guide to the Art of Relief Printing Through Linocut, Bright Pen, 2011.
  • incisoricontemporanei.it
  • printshow.it